lunedì 19 ottobre 2020

 17 Ottobre 1961, Parigi.

Il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino convoca una giornata di mobilitazione a Parigi, contando sulle decine di migliaia di operai che vivono ammassati nelle banlieues. Operai che sono la forza viva delle catene di montaggio, delle grandi fabbriche fordiste, e che esprimono anche identità di classe e anticoloniale. La Francia colonialista è sempre stata feroce, sanguinaria, e non sopporta una simile sfida nella sua capitale. La repressione è un atto di guerra interna: scatenate le orde in divisa, circa 200 manifestanti vengono bastonati, linciati e..gettati nella Senna. Un pogrom coloniale nel cuore della metropoli. Ancora settimane dopo verranno raccolti cadaveri a km di distanza lungo il fiume. Siccome erano principalmente algerini, venne alzato un muro di omertà e di isterismo antiterrorista, solo negli ultimi anni un governo francese riconobbe il crimine (per quello che contano certe parole..) E l’omertà del mondo politico borghese ben si spiega con lo schieramento unanime in difesa della “missione civilizzatrice del colonialismo”, con la tracotante pretesa di proprietà sui popoli africani, asiatici. Solo i comunisti (quelli coerenti, non certo tutto il PCF che si macchiò di complicità con il colonialismo) fecero fronte con le lotte dei popoli dominati, pagando spesso con la vita e con la propria criminalizzazione.

Ma ancora un fatto merita di essere ricordato. A capo della Prefettura di Parigi stava Maurice Papon.
Il classico alto funzionario dal passato fascista, bellamente riciclato nel nuovo regime “democratico”. Passato che non era semplice adesione ideologica, Papon era stato Prefetto alla città di Bordeaux, in piena guerra. E, in quanto tale, appose la sua firma ad alcuni convogli della morte verso i lager nazisti. In seguito alle ricerche compiute fu, molto tardivamente (anni 90), accertato che era corresponsabile delle retate e della deportazione di almeno 1.800 persone (resistenti, ebrei, fra cui centinaia di bambini). Ma com’era possibile che simili criminali la scampassero e si riciclassero così spudoratamente? Continuando a perpetrare lo stesso genere di crimini? La risposta la si può trovare proprio in un altro grande personaggio, mito delle democrazia borghese: Francois Mitterand. Grande illuminista, umanista, ecc. capace di manovrare politicamente per integrare anche le spinte più radicali (sua l’opera di recupero di buona parte dei “sessantottini” e delle loro istanze di rinnovamento) ma entro una coerente visione dello Stato borghese e imperialista: Mitterand fu ministro dell’Interno e pure di Giustizia lungo tutta la guerra d’ Algeria. Cioè gestì, coprì legalmente, contrassegnò, quotidianamente, le migliaia di torture e di esecuzioni lì perpetrate. Nell’entourage di Mitterand emerse poi anche un altro personaggio di continuità fra i due regimi - René Bousquet, un altro boia filonazista – e più in generale, appunto, l’osmosi e l’organico ricambio fra esponenti di potere che, pur in una discontinuità storica, si riconoscevano nello stesso sistema, e innanzitutto nelle esigenze controrivoluzionarie.
Naturalmente non è una specificità francese, sappiamo quanto qui in Italia non ci sia stata epurazione antifascista ma ben il contrario, e che un macellaio genocida dei popoli africani come il generalissimo Rodolfo Graziani sia vissuto beatamente nella sua villa.
Quando le verità su Papon emersero in modo ingestibile, la giustizia borghese diede gran prova di sé. I profluvi di indignazione degli ipocriti giornalisti e politicanti produssero una condanna (udite, udite) per “crimini contro l’umanità”. Il peggior reato immaginabile e sanzionabile. Risultato: 10 anni di condanna, di cui 3 scontati in carcere (si fa per dire). Anime pie si commossero per un povero novantenne in catene, e il Papon se ne uscì per qualche altro annetto arzillo.
Spesso negli ultimi anni la commemorazione del 17 ottobre 1961 viene associata, dal movimento di classe, alle attuali lotte antimperialiste, quella palestinese in particolare. E per la liberazione di uno suoi più eminenti esponenti, Georges Abdallah, prigioniero in Francia da 36 anni. Nei prossimi giorni ci sarà la grande manifestazione davanti al carcere di Lannemezan, in occasione dell’anniversario del suo arresto il 24 ottobre 1984. Ancora oggi la sua coerenza e fierezza rappresentano la lotta armata rivoluzionaria dei popoli contro il domino imperialista e la sua violenza terrorista.
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sabato 10 ottobre 2020

 


Indonesia, sommosse di massa contro leggi antioperaie


Diverse decine di migliaia di indonesiani hanno manifestato oggi, giovedì 8 ottobre, nelle principali città dell'arcipelago del sud-est asiatico e si sono scontrati con la polizia per protestare contro la nuova legislazione, denunciata da sindacati e attivisti ambientali. La polizia ha usato gas lacrimogeni nella capitale e ha effettuato più di mille arresti.
Circa 13.000 membri delle forze di sicurezza erano stati dispiegati nella capitale e nei dintorni per impedire l'arrivo di lavoratori e studenti che volevano manifestare davanti al palazzo presidenziale e al Parlamento

Ma, scontrandosi, i manifestanti hanno superato gli schieramenti polizieschi e si sono riversati nel centro della città. Non riuscendo a raggiungere il Parlamento, hanno devastato alcuni edifici governativi, dato fuoco a stazioni di polizia stradale e a fermate degli autobus. In molte altre città, i manifestanti hanno rivolto la loro rabbia contro i parlamenti locali, come a Surabaya, Bandung e Makassar.
L'Indonesia ha un codice del lavoro relativamente protettivo rispetto ad altri paesi asiatici, con salari minimi e
restrizioni per i licenziamenti. Il governo con la nuova legge
- denominata “legge omnibus” - mira a ridurre la burocrazia modificando dozzine di leggi esistenti che incidono sul diritto del lavoro, la
fiscalità e le norme ambientali, per favorire ulteriormente gli investimenti delle multinazionali, insomma ad aggravare ancor più le politiche neoliberiste, mentre il paese si prepara ad entrare in recessione.

Un movimento significativo nel cuore delle odierne più importanti aree industriali del mondo, come quella cinese e di tutti i paesi contigui, un movimento che influisce sui rapporti di forza globali fra proletariato e capitale. E che quindi, nonostante la distanza geografica, ci interessa direttamente.


Giusto ieri ricordavamo il genocidio anticomunista del settembre 1965, ecco che l’attualità riporta come, nonostante tutto, la lotta di classe abbia ripreso vigore. L’Indonesia divenne nei decenni seguenti un “paradiso per le multinazionali, per l’imperialismo occidentale” e un inferno di sfruttamento per la classe operaia. Come in buona parte dei paesi asiatici ma anche con il peso di quella tremenda repressione che distrusse il partito comunista e la sua notevole forza. Questa nuova lotta di classe creerà le condizioni per la ripresa del movimento comunista e di una prospettiva rivoluzionaria.


INDONESIA: UN MASSACRO DIMENTICATO

di Alex de Jong

La mattina del 30 settembre 1965, un piccolo gruppo di ufficiali dell’esercito e di membri del Partito Comunista Indonesiano (PKI) tentarono un colpo di stato contro i vertici dell’esercito indonesiano. Sei generali dell’esercito vennero uccisi, ma il colpo di stato fallì ed venne schiacciato dai leader militari sopravvissuti in pochi giorni. Insieme ad altre forze di destra, l’esercito, sotto il comando del Gen. Suharto e di Abdul Haris Nasution, si vendicarono.

Centinaia di migliaia di comunisti, veri e presunti, furono massacrati e venne installato un nuovo regime militare posto sotto Suharto.

Potenze occidentali come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Paesi Bassi tollerarono e spesso sostennero attivamente i massacri.

La Giunta militare indonesiano una volta preso il controllo dei media, il 2 ottobre, li utilizzò  per diffondere la propria versione dei fatti. Nella versione della giunta, l’uccisione dei generali era stata la scintilla che ha fatto esplodere la rabbia popolare contro un partito odiato per la sua violenza, la sua indifferenza per la religione e la sua mancanza di patriottismo. I piani del PKI per una rivoluzione violenta e l’eliminazione di tutti coloro che si fossero opposti era stata fermata da un’ondata di rabbia popolare spontanea contro i comunisti traditori.

Per decenni, questa versione delle uccisioni di massa che avvennero nel periodo 1965-1966 venne rafforzata dalla propaganda di stato e riproposta a pappagallo da molti esperti occidentali che vedevano in questa eruzione “spontanea” in violenza omicida come una conferma delle proprie preesistenti idee razziste circa i fanatici e irrazionali “orientali”.

La ricerca storica ha demolito questa versione dei fatti. Il fallito colpo di stato non è stato un’iniziativa della PKI nel suo complesso, ma di un piccolo numero di capi del  PKI che lavoravano con alcuni ufficiali dell’esercito simpatizzanti e che volevano rimuovere diversi leader di destra dell’esercito – non cero per prendere il potere statale.

Il massacro che ne seguì fu sistematico, organizzata da politici e da milizie della destra nazionalista, da organizzazioni religiose e, soprattutto, dall’esercito indonesiano. Questa coalizione omicida ricevette il sostegno politico e materiale da parte delle potenze occidentali.

Pochi giorni dopo il colpo di stato, funzionari statunitensi e britannici cominciato a fare progetti per sfruttare la situazione politica. Il colpo di stato aveva offerto loro la possibilità di schiacciare il PKI, un partito che i funzionari occidentali temevano stesse avvicinando pericolosamente al potere statale.

Negli anni precedenti il colpo di stato, il PKI aveva cercato di affermarsi come il più fiero partito anti-imperialista del paese, mobilitando contro l’influenza del capitale straniero, soprattutto di quello olandese e britannico.

Contemporaneamente aveva sostenuto il presidente indonesiano Sukarno nella richiesta che l’Olanda lasciasse l’Irian Jaya (Papua Occidentale) all’Indonesia e nella sua campagna contro la Malesia, che veniva denunciata come strumento dell’imperialismo britannico.

Per un certo periodo questa strategia ebbe successo. Nelle elezioni parlamentari del 1955 – l’ultima prima che Sukarno adottasse il suo sistema autoritario di “democrazia guidata”  – il PKI emerse come il quarto più grande partito del paese con il 16,4 per cento dei voti. I membri del partito erano cresciuti da meno di ventimila nel 1954 a oltre 1,5 milioni.

Milioni di indonesiani vennero  organizzati nei sindacati alleati al PKI e nelle organizzazioni di massa di contadini, donne, studenti e altri gruppi.

Non era solo la crescita del PKI che aveva scatenato i campanelli d’allarme in Occidente. Alla fine del 1950, gli Stati Uniti appoggiarono la ribellioni di destra contro Sukarno, ma il progetto fallì quando furono sconfitti i ribelli.

Il sostegno americano ai suoi avversari spinse Sukarno più lontano dal blocco occidentale e danneggiò le relazioni degli Stati Uniti con la forza indonesiana di desta più potente: l’esercito.

Nel frattempo, il contributo dei comunisti alla lotta contro i ribelli portò ad un aumento della simpatia popolare e ad un crescente favore da parte di Sukarno.

All’inizio degli anni Sessanta, la PKI era il più grande partito comunista mondo al di fuori del blocco sovietico, e l’Indonesia era diventata il maggior beneficiario non appartenente al blocco di aiuti economici e militari sovietici.

Dopo il fallimento delle ribellioni regionali, gli Stati Uniti adottò una strategia diversa. Con l’aiuto di fondazioni filantropiche come la Ford e Rockefeller e istituzioni come la Banca mondiale, gli Stati Uniti restaurarono il suo rapporto con l’esercito indonesiano e il diritto del Paese, fornendo assistenza materiale e garantendo la formazione degli ufficiali dell’esercito e di intellettuali filo-occidentali.

Ma la capacità del governo degli Stati Uniti di influenzare la politica statale indonesiana in definitiva dipendeva dal presidente Sukarno.

Sukarno, il leader storico del movimento indipendentista indonesiano, era molto popolare ed essenzialmente governava per decreto. Non era un comunista, ma era un fervente anticolonialista che sognava una Indonesia potente, completamente indipendente in grado di giocare un ruolo importante sulla scena mondiale.

Sukarno si era sempre scontrato con le potenze occidentali – in particolare con il Regno Unito e gli Stati Uniti – che denunciava come neocolonialisti.

Nei primi mesi del 1965, l’Indonesia si ritirò dalle Nazioni Unite ed venne espulsa dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

Di conseguenza, i funzionari occidentali erano pessimisti circa la loro capacità di manipolare il panorama politico in Indonesia.

Nei primi mesi del 1965, l’ambasciatore olandese in Indonesia, ELC Schiff, disse in un colloquio con il ministro degli affari esteri, che tra i suoi colleghi era condivisa l’idea che Sukarno sarebbe rimasto leader del paese fino alla sua morte, e che “non era più possibile impedire all’Indonesia di scivolare verso sinistra”.

Gli Stati Uniti avevano deciso da allora che Sukarno non avrebbe accettato pressioni per abbandonare il PKI, e nell’agosto 1964 decisero di rovesciare Sukarno.

Questa decisione venne presa in accordo con i piani segreti dei funzionari britannici tesi a fomentare la guerra civile e la caduta del governo di Sukarno.

Il Regno Unito aveva costituito un “direttore di guerra politica contro l’Indonesia,” con sede a Singapore, e la CIA propose di espandere le proprie operazioni in Indonesia per includere  “operazioni segrete a sostegno ai gruppi anti-comunisti esistenti, operazioni legali campagne mediatiche, tra cui la possibilità di creare “black radio” (stazioni radiofoniche di propaganda), e l’azione politica all’interno delle istituzioni e delle organizzazioni indonesiani esistenti”.

L’aspettativa era che qualora Sukarno venisse rimosso, ne sarebbe seguita una lotta di potere tra il PKI e l’esercito. La leadership (in questa fase pro-USA) dell’Esercito era fiduciosa circa l’esito di questa lotta: in un incontro confidenziale con l’ambasciatore olandese, il Capo di Stato Maggiore Gen. Ahmad Yani (uno dei generali uccisi il 30 settembre), disse che l’esercito era “affidabile” e si stava preparando allo scontro qualora il presidente malato fosse morto.

Ma fino a quando Sukarno avesse protetto il PKI, schiacciare i comunisti sarebbe stato impossibile. L’Assistente Segretario di Stato britannico Edward Peck suggerì “ci sarebbe molto da dire per favorire un prematuro colpo di stato del PKI durante la vita di Sukarno.”

Il fallito colpo di stato diede a Peck ciò che voleva.

L’uccisione dei generali fu un vantaggio per la campagna di propaganda dell’esercito contro il PKI e, indirettamente, contro Sukarno. Il rifiuto di Sukarno di condannare o vietare il PKI, come la destra chiedeva dopo il golpe fallito, venne sfruttata dall’esercito per screditarlo.

Nei mesi successivi, Sukarno fu costretto a cedere sempre più potere all’esercito.

La teoria secondo cui la violenza fu un’improvvisa eruzione di rabbia popolare è smentita dalla sua graduale escalation. Dopo il fallito colpo di stato, l’esercito sostenne  manifestazioni anti-PKI fornendo trasporto e protezione, e circa una settimana dopo la morte dei generali, i manifestanti saccheggiarono gli uffici PKI mentre le forze di sicurezza stavano a guardare. Seguirono le case dei membri del PKI.

Le uccisioni di (presunti) membri e sostenitori del PKI non furono avviate fino a poche settimane dopo il tentativo di colpo di stato del 30 settembre: i massacri hanno avuto luogo a Java centrale alla fine di ottobre, poi a Java dell’est nel mese di novembre, seguita da Bali a dicembre. In ogni caso l’arrivo delle forze speciali, comandati dal Maggiore Gen. Sarwo Edhie, precedevano le uccisioni.

Molte vittime vennero arrestate da gruppi di miliziani sostenuti da forze speciali di Edhie. I prigionieri furono messi in campi di prigionia di fortuna in località remote e vennero spesso uccisi in gruppi, spesso con un colpo d’arma, accoltellati, o con i loro crani schiacciati con sassi. Gran parte delle uccisioni venne fatto dai giovani membri della milizia di gruppi come Ansor, l’ala giovanile del Nahdlatul Ulama, la più grande organizzazione musulmana del paese.

Ernst Utrecht, un sostenitore di sinistra di Sukarno ed ex parlamentare, stima che fino a cinquantamila indonesiani abbiano partecipato al massacro.

Dopo decenni di propaganda e di insabbiamenti, il numero delle vittime non può essere determinato con precisione. La maggior parte degli storici assumono il numero dei morti tra cinquecentomila e 1 milione, anche se Edhie stesso ha sostenuto che il numero era di 3 milioni.

Le potenze occidentali sostennero l’esercito nella sua campagna contro il PKI.

Il 17 ottobre, la CIA preoccupato che l’esercito non fosse in grado di andare “fino in fondo nella lotta contro coloro che erano direttamente coinvolti nell’omicidio dei generali permettendo a Sukarno di riprendersi gran parte del suo potere”.

Per evitare questo la CIA diede una liste con i nomi di cinque mila membri del PKI ai generali e organizzò la consegna di armi e di denaro per l’esercito.

L’ambasciata degli Stati Uniti fornì le proprie liste con duemila nomi. In un incontro con funzionari britannici, il Gen. Sukendro chiesto aiuto all’esercito per “consolidare la propria posizione”.

Il verbale della riunione riportava sulla “strategia dell’esercito” e contro il PKI e su come “le considerazioni [erano] state fatte per incontrare il favore per le armi dei nazionalisti e degli elementi religiosi.”

Anche altre potenze occidentali aiutarono la strage: il servizio segreto estero della Germania Ovest consegnò armi e attrezzature di comunicazione per un valore DM300,000, mentre il rifugiato indonesiano Jusuf Osman Helmi ha riferito che la Svezia firmò un contratto con Suharto e Nasution “per un acquisto di emergenza del valore di 10 milioni dollari per armi leggere e munizioni “nel dicembre del 1965.

L’Ambasciatore olandese Schiff riferì l’8 ottobre, che l’esercito stava conducendo una “intensiva campagna diffamatoria” contro il PKI, e concluse che la situazione era “la migliore – e forse ultima – chance dell’esercito per affermarsi politicamente”

Entro la fine del mese di ottobre, l’ambasciata Usa ricevette segnalazioni di violenze contro le masse di sostenitori PKI a Java Est, Centrale e Ovest.

L’ambasciatore degli Stati Uniti ha rilevato che l’esercito si stava “muovendo inesorabilmente nel sterminare il PKI.” Un mese più tardi Schiff ha riferito che interi “kampong” (villaggi) erano stati annientati, presumibilmente a causa di faide locali.

Lo spargimento di sangue raggiunse il suo obiettivo di distruggere la sinistra indonesiana.

Nel mese di aprile del 1966, il ministro degli affari esteri Schiff, il futuro segretario generale della Nato Joseph Luns, osservarono “il colpo inferto ai comunisti (da cui non sono suscettibili di recuperare nel prossimo futuro).” Nel luglio del 1966, il primo ministro australiano Harold Holt sottolineò in un discorso a New York, che “da 50.000 a 1.000.000 di simpatizzanti comunisti eliminati, penso che sia lecito ritenere che abbia avuto luogo un cambio di direzione.”

Qualche settimana prima il Dipartimento di Stato americano aveva gioito che, a causa dell’uccisione “fino a 300.000 comunisti” e con un altro 1,6 milioni di comunisti indonesiani che hanno rinunciato alla loro adesione, il numero dei comunisti nei paesi non appartenenti al blocco sovietico era sceso del 42 per cento in un anno.

L’aiuto che i funzionari occidentali hanno dato all’esercito tra la fine del 1965 e l’inizio del 1966 è stato un segnale politico fondamentale per nuovi governanti in Indonesia che gli Stati Uniti e i suoi alleati erano disposti de facto a sostenerli. Questo sostegno è stato fondamentale per il regime nascente perché l’economia indonesiana era in crisi, e il capitale occidentale si era dimostrato riluttante ad investire in Indonesia dopo l’acquisizione da parte di Sukarno di società inglesi e olandesi e la richiesta di espropriare capitali occidentali.

I militari sfruttarono la crisi economica per minare quello che rimaneva del potere di Sukarno – società britanniche e statunitensi come Caltex, Goodyear, e US Rubber fecero un accordo con l’esercito per incanalare i ricavi aziendali in conti bancari anonimi, privando lo stato indonesiano di una fonte importante di valuta estera, oltre che paralizzare Sukarno.

Allo stesso tempo, l’esercito si affrettò a placare i suoi sostenitori occidentali.

Nel mese di dicembre, Suharto rassicurò le compagnie petrolifere occidentali che l’esercito “non avrebbe condotto mosse precipitose” contro di loro, e pochi giorni dopo Sukarno consegnò ufficialmente il potere a Suharto il 11 marzo 1966, e venne permesso alla società statunitense mineraria Freeport di rientrare nel paese e poter estrarre le ricche risorse minerarie in Irian Jaya.

Una nuova legge sugli investimenti esteri concesse condizioni estremamente favorevoli per capitale estero e venne elaborata in stretta collaborazione con il FMI, e a partire dal 1967 il nuovo regime ricevette 450 milioni dollari ogni anno dal Gruppo intergovernativo sul Indonesia (IGGI).

Il IGGI comprendeva la Banca asiatica di sviluppo, il Fondo monetario internazionale, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, la Banca mondiale, Australia, Belgio, Gran Bretagna, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Nuova Zelanda, Svizzera e Stati Uniti, e venne presieduta da Paesi Bassi. La presidenza olandese era stata suggerita dai funzionari degli Stati Uniti che speravano di distogliere l’attenzione dal coinvolgimento degli Stati Uniti (e dal Giappone) nell’affare.

Grandi città dell’Indonesia vennero ritenute prioritarie come beneficiarie degli aiuti per stabilizzare la situazione politica. Nel 1968 la dittatura di Suharto era comodamente costituita e impegnata in politiche economiche pro-occidentali.

Il governo indonesiano si rifiuta ancora oggi di ammettere che le uccisioni erano state una sistematica violazioni dei diritti umani. Nessuno è mai stato ritenuto responsabile per le centinaia di migliaia di morti, e non una sola delle tante conosciute fosse comuni sono state completamente scavate per dare alle vittime una degna sepoltura.

E nel mese di aprile è stato annunciato che Sarwo Edhie sarebbe stato dichiarato  un “eroe nazionale” per le sue azioni.

Al di là di questo, i massacri raggiunsero il loro obiettivo. Fino ad oggi, la sinistra indonesiana non si è ancora ripresa.



giovedì 17 settembre 2020

 


Turchia: due combattenti del TKP / ML (Partito Comunista di Turchia/marxista-leninista) TIKKO (Armata di Liberazione degli Operai e del Contadini) uccisi dall'esercito turco

Dal 7 al 9 settembre l'esercito turco ha lanciato un massiccio attacco di droni nella regione di Dersim. Due combattenti TKP / ML TIKKO sono stati uccisi durante questa offensiva:  Erol Volkan Ildem “Nubar” et Fadime Çakil  “Rosa”. 
Nubar era attivo nella guerriglia dal 2009 ed era un membro del comitato centrale TKP / ML.
Rosa era una militante di 24 anni, diventata il membro più giovane di TIKKO quando vi si è unita  nel 2013.

La complicità euro imperialista copre i crimini che l’aggressione turca perpetra continuamente in Kurdistan, e più ampiamente in Medio Oriente. La guerra non si è mai fermata, fra  alti e bassi in intensità.  Di fronte al fascismo l’eroica resistenza di questa gioventù proletaria e rivoluzionaria.  Il TKP/ML e il TIKKO (la sua organizzazione militare) fanno parte del fronte unito internazionalista che, a partire dal Rojava, ha esteso in questi anni i territori liberati e in cui si vive una grande esperienza di trasformazione sociale rivoluzionaria.  Una presenza fondamentale nello scenario attuale, un braciere che alimenta speranza e possibilità fino alle nostre metropoli.

 

domenica 6 settembre 2020

 

Pubblichiamo qui di seguito un testo prodotto dalla Segreteria del Soccorso Rosso Internazionale.  Una messa a punto sulla situazione generale, sulla fase della guerra in corso, sulle necessità e i compiti per le forze rivoluzionarie e solidali. Agosto 2020

RICONOSCERE UNA GUERRA IN CORSO

 

Sulla guerra di bassa intensità condotta dal fascismo turco contro le regioni liberate del Kurdistan (Rojava, Qandil, Sengal ...)

 

I. Introduzione

Dal cessate il fuoco del 17 ottobre 2019 e dalla fine degli attacchi “in grande stile” lanciati dalle forze armate turche contro il Rojava, la guerra ai curdi in Turchia, Siria e Iraq non è mai cessata.

Essa ha assunto una forma nuova che combina tre forme di guerre teorizzate dagli strateghi: la guerra di bassa intensità (low intensity warfare), la guerra ibrida (hybrid warfare) e la guerra combinata (compound warfare). Alle azioni militari convenzionali, ormai volontariamente limitate, si aggiunge tutto un ventaglio di azioni ostili, come gli omicidi mirati, incendi dei raccolti, bombardamenti specifici con droni, attentati portati dalle milizie ausiliari, provocazione di esodi della popolazione, ecc.

Durante le 6 settimane di “cessate il fuoco” dopo il 17 ottobre 2019, l’esercito turco ha compiuto in Rojava 143 incursioni terrestri, 42 bombardamenti con droni, 147 bombardamenti con carri armati e artiglieria. Ha invaso e occupato 88 località, mietendo centinaia di vittime e sfollando 64.000 persone.

Tuttavia, non solo fra i media ma fin dentro il movimento di solidarietà verso il Rojava domina il sentimento che la guerra è “sospesa”. Il Rojava esce dalla cronaca, al massimo il movimento teme e si prepara alla “grande guerra”, all’offensiva “in grande stile” delle forze armate turche contro il Rojava.

Lo studio che qui presentiamo prende essenzialmente come esempi le azioni ostili attuate alla fine del 2019, durante il “cessate il fuoco”, da Turchia e dai suoi ausiliari contro il Rojava. Perchè questi non sono incidenti isolati, ma elementi costituenti una strategia ponderata e pianificata.

Tale strategia non riguarda solo il Rojava ma la stiamo vedendo in altre regioni liberate del Kurdistan (come i monti di Qandil in Iraq) oppure in spazi dove il movimento di liberazione curda ha permesso l’autorganizzazione popolare (campo profughi di Makhmour o la regione yazida di Shengal in Iraq, ecc.).

Questa forma di guerra può perdurare e costituisce una minaccia mortale per le regioni liberate del Kurdistan.

Il movimento di solidarietà con il Rojava deve capire questa minaccia e imparare a rispondervi.

II. Il cambiamento di strategia    

Non è chiaro il motivo per cui la Turchia nel 2019 è passata da una strategia di guerra totale (con intervento diretto e massiccio di esercito e aviazione militare turchi) a una strategia di guerra di bassa intensità. Potrebbero essere intervenute considerazioni di politica internazionale. Ma anche la resistenza di Serekaniye nell’ottobre 2019, che ha mostrato come le SDF fossero meglio preparate in occasione della battaglia di Afrin (gennaio-marzo 2018), potrebbe aver determinato questo cambiamento di strategia.

La guerra attualmente in corso (2020) da parte della Turchia contro il Rojava combina tre caratteristiche:

-guerra “di bassa intensità”: la Turchia deliberatamente non impiega completamente l’intera sua potenza militare;

-guerra “molteplice”: la Turchia agisce tanto, se non di più, tramite forze ausiliarie che non con proprie forze armate;

-guerra “ibrida”: la Turchia associa mezzi convenzionali e non convenzionali e combina azioni politiche economiche e militari (il finanziamento di una ONG puramente caritatevole può essere un elemento strategico). La guerra ibrida ha la sua posta in gioco sul campo di battaglia convenzionale, ma anche fra le popolazioni abitanti la zona del conflitto e la comunità internazionale. Quasi tutte le guerre contro-insurrezionali sono d’altra parte guerre ibride.     

Prima di precisare i differenti aspetti di questa nuova forma di guerra condotta contro le regioni liberate del Kurdistan (principalmente il Rojava e i monti di Qandil) occorre sottolineare che parecchie sue caratteristiche esistevano già prima del “cessate il fuoco” nell’ottobre 2019. La Turchia ha sempre fatto ricorso a milizie paramilitari e mezzi non convenzionali. Ciò che caratterizza la nuova fase è che i metodi che prima erano ausiliari, complementari, diventano strategici, principali.

III. I metodi della guerra

1. L’uso di paramilitari

I paramilitari implicano una prassi più economica e meno pericolosa politicamente. Non sono sempre controllabili al 100% (certi crimini di guerra commessi da paramilitari possono essere parzialmente previsti e calcolati dalla politica turca, altri possono essere semplici iniziative dei paramilitari stessi). Sono tre le categorie di milizie: gli ausiliari [gruppi dipendenti direttamente dalla Turchia come la milizia Jaysh al-Sharqiya di ASL (Esercito libero siriano, n.d.t.)], i mercenari (come la Divisione Sultan Murad, tanto dipendente dallo Stato turco che l’ha mandata a difendere i suoi interessi in Libia nel gennaio 2020) e altri belligeranti con la propria autonomia politica, ma i cui interessi coincidono con quelli della Turchia (e che dalla Turchia ricevono aiuti), come ad esempio Daesh.

2. Gli attacchi militari classici

Questi continuano. Sono abbastanza rari da dare l’impressione d’essere eccezioni, o addirittura incidenti, ma sufficientemente numerosi ed efficaci da adempiere ad una funzione strategica d’indebolimento graduale della resistenza. Le maggiori di queste operazioni combinano bombardamenti aerei, incursioni terrestri e assalti con elicotteri.

Nel Kurdistan iracheno l’esercito turco ha compiuto parecchie grandi operazioni a fine anni ’90 (l’operazione “Acciaio” nel marzo-maggio 1995, l’operazione “Martello” nel  maggio-luglio 1997, l’operazione “Alba” in settembre-ottobre 1997); un’altra operazione è stata condotta nel febbraio 2008 (operazione “Sole”). Ma dal 28 maggio 2019 viene condotta  un’operazione per parecchi mesi, con picchi e cali di intensità,  denominata genericamente “Artiglio”. Queste operazioni combinate (bombardamenti/incursioni terrestri) sono riprese quest’anno (2020) nella regione.

3. Movimenti demografici

Si tratta di causare spostamenti di popolazioni conformi agli interessi strategici turchi. Tali spostamenti avvengono in due tempi:

-Anzitutto provocare esodi. L’esodo dei cristiani assiri in Siria è stato provocato da una combinazione di bombardamenti, minacce, terrore (immagini di prigionieri crocifissi dai miliziani di ASL).

-Quindi, nelle regioni occupate dalle forze turche, ripopolare. I profughi arabi sunniti siriani sono ricollocati nelle zone strategiche. Dopo l’offensiva turca nel gennaio 2018, 140.000 persone sono fuggite da Afrin cercando  rifugio in Rojava. La Turchia vi ha insediato oltre 160.000 arabi sunniti (originari di Goutha, Iblid e altre regioni che il regime ha sottratto agli islamisti), modificando metodicamente e sistematicamente la struttura demografica della regione, per cancellarvi la presenza curda. La maggioranza di questi coloni sono volontari, ovvero famiglie degli ausiliari o dei profughi che hanno perso tutto, ai quali una politica d’investimenti (finanziati dalla Turchia, ma anche da banche tedesche e ONG) offre nuove piccole case e prospettive per il futuro. Altri profughi siriani, però, sono stati costretti a svolgere il ruolo di colono (si fa loro firmare documenti in turco, che loro non comprendono).

4. Gli attacchi all’economia delle regioni non occupate

L’obiettivo è quello d’indebolire il potenziale di resistenza materiale e morale, di provocare contraddizioni nell’avversario rendendo difficile la vita alle popolazioni. Si possono distinguere:         

-attacchi diretti come l’incendio di raccolti cerealicoli in Rojava nel maggio 2019 (incendi talvolta provocati da Daesh che peraltro li ha rivendicati, a volte causati da colpi d’artiglieria turchi);

-il blocco, quale quello che ha isolato il Rojava dal Kurdistan iracheno, praticato dalle forze del governo regionale curdo del clan Barzani strettamente legato agli interessi turchi. Dall’estate 2020, gli effetti di questo blocco si sono fatti ulteriormente sentire a seguito delle sanzioni imposte dagli USA ad Assad e dal veto della Russia all’ONU sui valichi di frontiera.

5. Gli attacchi all’economia delle regioni occupate

Vengono pure compiute distruzioni nelle regioni occupate, con due obiettivi a seconda delle zone in cui si attuano:

-talvolta mirano a rendere impossibile vivere nelle zone che le autorità turche vogliono spopolare. Perciò, il 5 dicembre 2019 un convoglio di militari turchi è giunto a smontare le installazioni delle sotto-stazioni elettriche di Mabruka e al-Bawab, causando il collasso dell’erogazione elettrica nella regione;

-a volte puntano a impedire ogni autonomia economica nelle zone occupate, a far dipendere le popolazioni dagli scambi economici con l’occupante. Ad Afrin, i paramilitari sradicano gli ulivi, principale fonte di reddito per la popolazione. Profittandone immediatamente poichè gli ulivi sono rivenduti in Turchia, realizzando un obiettivo strategico turco che è quello di rendere la regione economicamente dipendente.

Questa è una procedura che i paramilitari turchi avevano già utilizzato ad Aleppo, fino alla riconquista della città da parte delle forze governative nel 2016. Prima della guerra, uno degli assi della  politica del regime è stato lo sviluppo di un’economia autosufficiente, basata su investimenti pubblici e un controllo rigido delle importazioni. Aleppo era un centro dell’industria tessile nazionale. Gli islamisti l’hanno smantellata per realizzare un’apertura forzata del mercato siriano ai prodotti turchi.

6. L’assunzione del controllo di punti strategici

La guerra di bassa intensità attuata dall’esercito turco contro le regioni liberate del Kurdistan iracheno avviene non solo con bombardamenti (comprese le armi chimiche) e irruzioni di commando sui monti di Qandil, ma anche attraverso la creazione di numerose basi, atte a circondare e strangolare le regioni liberate. Le prime di queste basi sono state installate sin dal 1997.

Ci tornano alla mente immagini di centinaia di manifestanti curdi, senz’armi, protestare contro i bombardamenti mortali effettuati dall’aviazione turca, invadere la base di Shiladze (provincia di Duhok) e incendiare veicoli militari. Nel giugno 2018 esistevano già 13 grandi basi turche (e un numero di piccole stazioni periferiche).

7. Gli attacchi sul fronte IT (settore informatico)

Questi attacchi alle comunicazioni possono distinguersi per la loro natura (attacchi materiali o attacchi informatici IT) o per il loro scopo (comunicazioni sul posto o media d’informazione rivolti all’esterno). Così, prima dell’offensiva turca il 9 ottobre 2019, una moltitudine di account Twitter è stata creata, inondando la sfera Twitter della propaganda filo-turca.

8. Il terrore e gli assassinii mirati

Queste forme di azioni sono incessanti, la prima è generalmente adottata da paramilitari (ad esempio: le 3 esplosioni simultanee che hanno provocato 6 morti e 42 feriti nella città a maggioranza curda di Qamishlo lunedì 11 novembre 2019), la seconda è opera di servizi segreti turchi, il MIT (ad esempio: l’assassinio di Bayram Namaz (Baran Serhat), membro del Comitato centrale di MLKP (Partito comunista marxista-leninista, n.d.t.) e dirigente di MLKP-Rojava, piazzando una bomba nella sua vettura il 23 marzo 2019).

A ciò si aggiungono i bombardamenti militari, la cui finalità è, però, terrorizzare (e provocare trasferimenti) delle popolazioni. Si può collocare in questa categoria il bombardamento del mercato di Tel Rifat il 2 dicembre 2019. Le popolazioni colpite sono state quelle che hanno abbandonato Afrin per cercare rifugio in Rojava. Ricordiamo che questo bombardamento ha prodotto l’uccisione di 10 civili, fra cui 8 bambini.

Il terrore è pure una regola nei territori occupati: rapimenti, assassinii, stupri e saccheggi sono la quotidianità delle popolazioni di Afrin e Serekaniye.

9. Gli investimenti economici e infrastrutturali

Come ogni guerra, la compound warfare (guerra combinata) ha come obiettivo la pace, ma una pace in una situazione politica trasformata. Investimenti economici e infrastrutturali, “programma di sviluppo” rientrano in questo ambito: costruzione di “nuove città”, scuole, strade, sussidi versati a ONG e loro associazioni locali accomodanti, ecc.

La Turchia ha già praticato questa politica nel Kurdistan settentrionale (il sud-ovest della Turchia). Parti intere del distretto di Sur, il centro storico di Diyarbakir sono stati rasi al suolo dai bulldozer dopo l’insurrezione dell’autunno 2015. 6.000 famiglie curde sono state scacciate ed è proibito loro di tornarvi. Nel marzo 2016 il Consiglio dei ministri ha decretato l’espropriazione, a profitto dello Stato, di tutte le pèarcelle private del quartiere Sur  (6.292 alloggi, gli edifici pubblici comunali e il patrimonio cristiano sono stati sottratti alla popolazione locale).

10. Le alleanze politiche e ideologiche

Le forze d’aggressione devono “costruire la loro pace” e perciò appoggiarsi su una rete di collaboratori, acquisiti in base a collusione d’interessi, corruzione diretta, affinità ideologica (reazionaria/patriarcale). Nel caso della Turchia, in Siria sono le forze islamiste, ma anche tribali/feudali e, in Iraq, il PDK (Partito democratico del Kurdistan, n.d.t.) del clan Barzani.

11. La propaganda

Si tratta di un elemento essenziale di questa guerra che non vuole sembrare tale.

L’azione della propaganda è diretta (da canali direttamente identificati in Turchia e presso i suoi alleati) o indiretta (attraverso media apparentemente neutri).

Attua operazioni d’informazione (scelta) e di disinformazione (false accuse dirette e circolazione di voci ben studiate e calibrate), riguardanti i media, le forze politiche e le ONG europee.

In questo contesto accadono:

-provocazioni e operazioni “sotto falsa bandiera”: crimini commessi da forze turche o loro ausiliari sono attribuiti a forze curde

-messinscena di operazioni umanitarie che presentano l’occupazione turca come azione benefica per le popolazioni.

12. I dispositivi legali “antiterrorismo”

Uno dei grandi vantaggi di questa guerra di bassa intensità, per l’occupante, è precisamente il fatto che questo può presentarla non come rientrante nell’ambito della guerra, ma delle competenze di polizia. Sul piano giuridico, ciò toglie alla Resistenza tutte le protezioni della legge di guerra.

Anzi, la potenza occupante può avvalersi dei dispositivi legali “antiterrorismo” a livello nazionale e internazionale, richiamandosi in particolare agli accordi internazionali sul “cessate il fuoco” per stigmatizzare le azioni della Resistenza come azioni illegali.       

Quindi la Turchia ottiene da USA e potenze europee la condanna contro le forze della Resistenza e, rispetto ai loro  membri, la negazione o il ritiro dello statuto di rifugiato politico, l’arresto, l’estradizione in Turchia o la detenzione in Europa.

13. L’azione in materia di strategia generale

La guerra della Turchia non si limita al Kurdistan. Si estende ovunque il movimento di liberazione nazionale curdo abbia forze e alleati, come pure in regioni limitrofe al Kurdistan.

È anche in questo spirito che agenti della Turchia tentano d’isolare il movimento di solidarietà in Europa e altrove: comunicati stampa, lobbying (gruppi di pressione, n.d.t.) per legislazioni che criminalizzino le organizzazioni curde o quelle della sinistra rivoluzionaria turca, ecc.

IV. Precedenti storici

Certamente, la Turchia non ha inventato la strategia della guerra di bassa intensità contro popoli liberati. Questa strategia è stata applicata da parecchie potenze dominanti sia per indebolire un Paese liberato in preparazione di una classica invasione, sia come strategia di “seconda mano” dopo il fallimento di un’invasione o in seguito all’obbligo di rinunciare a un’invasione.

Citeremo solo due esempi:

-Cuba: gli USA hanno praticato la stessa miscela di sabotaggi economici (nel gennaio-febbraio 1960, 300.000 tonnellate di canna da zucchero incendiate in diversi punti del Paese), di assassinii (soprattutto di insegnanti nelle campagne), di voci (metodicamente orchestrate da CIA e chiesa nel dicembre 1960, secondo cui Fidel Castro voleva mandare giovani in campi d’indrottinamento in URSS,  suscitando il panico nelle famiglie, e intendeva inviare oltre 14.000 bambini dai loro genitori esiliati negli USA), ecc. Il bilancio fatto dai cubani dovuto a questa guerra di bassa intensità è di 3.478 morti, 2.099 disabili per sempre e un totale di danni materiali ammontante a 181,1 miliardi di dollari.

-Mozambico: Dopo la liberazione del Paese dai colonialisti portoghesi avvenuta nel 1975, il Mozambico ha dovuto subire una guerra di bassa intensità scatenata dal Sudafrica che non accettava che il Paese servisse da base per i movimenti di lotta contro l’apartheid. Sudafrica e Rhodesia alimentano una guerriglia, la ReNaMo, responsabile della morte di quasi un milione di persone in 15 anni e devasta il Mozambico che nel 1986 diviene il Paese più povero del mondo.

Si possono menzionare altri esempi (Nicaragua…), ma occorre precisare che allora, a causa della “Guerra Fredda”, gli effetti di queste guerre di bassa intensità sono stati in una certa misura compensati dall’aiuto prestato da URSS o Cina.

Ciò nonostante, queste guerre hanno avuto un forte impatto sulle società da loro colpite, direttamente con morti e distruzioni, ma anche indirettamente, obbligando le nuove società a consentire uno spazio enorme alle questioni della sicurezza.

V. Il modello israeliano

Per le potenze in conflitto con un popolo o popoli irriducibilmente ostili al loro dominio, tale strategia si è sostituita alla pratica del genocidio puro e semplice. Si sono visti i principi di questa guerra che non si presenta in modo simile a quella nei quartieri repubblicani di Belfast o nei bantustan sudafricani.

Anche questa strategia è stata adottata da Israele contro i palestinesi. Questi sono divisi in spazi non vitali economicamente, accerchiati da colonie d’insediamento, mura, basi militari, dipendono dagli israeliani in tema d’acqua ed elettricità. Ogni tentativo di resistere viene schiacciato brutalmente ed efficacemente, ma con sufficiente precisione e discrezione, affinché questa guerra quotidiana contro un intero popolo appaia come semplice operazione di sicurezza.

Peraltro, fino al minimo dettaglio le tecniche israeliane sono imitate dai turchi.

Citiamo ad esempio:

-la distruzione della casa di famiglia di una persona accusata d’essere membro della Resistenza. Pertanto, la prima settimana di dicembre 2019 i soldati turchi e gli islamisti di ANS (Esercito nazionale siriano), come misura punitiva contro presunti sostenitori di FDS (Forze democratiche siriane, n.d.t.), hanno piazzato la dinamite e poi raso al suolo con macchinario edile parecchie case del villaggio curdo di Gora  Maza, posto a una trentina di chilometri da Gire Spi;

-la costruzione di un “muro di sicurezza”. Dal 2005 gli israeliani hanno costruito una “barriera di sicurezza”, in parte un muro in cemento. Lunga 700 km., questa barriera non corre esattamente lungo la frontiera del 1967, ma penetra in profondità dentro la Cisgiordania per integrare colonie ebraiche e pozzi. È basandosi su questo modello che i turchi hanno costruito nel 2017-2018 un muro lungo 564 km., formato da blocchi di cemento mobili, larghi 2 m. e alti 3 m., ciascuno del peso di 7 tonnellate;

-il progetto di creazione di una zona di sicurezza estesa 30 km., lungo la frontiera turco-siriana occupata dalle popolazioni cacciate e gestita dalle forze ausiliarie della Turchia è una copia del modello adottato nella zona controllata dall’Esercito del Libano meridionale, dal 1978 al maggio 2000, che si stendeva per 20 km. lungo la frontiera israelo-libanese. Finanziato e armato da Israele, l’Esercito del Libano ha condotto una guerra “sporca” (realizzando centri di tortura ed esecuzioni extra-giudiziali) contro la Resistenza libanese e palestinese;

-il monitoraggio delle popolazioni, controllando l’acqua. Con gli accordi di Oslo, Israele ha ottenuto di poter sfruttare  l’80% dell’acqua, e che ai palestinesi fosse lasciato il 20% Nella zona A (sotto il controllo palestinese) e nella zona B  (soggetta a regime congiunto) le città palestinesi sono in linea di principio alimentate dalla società israeliana per l’erogazione dell’acqua. Ma ogni estate la portata è insufficiente e le autorità palestinesi devono razionare l’acqua affinché ogni famiglia possa riceverne una volta alla settimana o ogni 2 settimane. I palestinesi abitanti la zona C (67% della Cisgiordania), dove Israele esercita un controllo militare e civile assoluto, devono vivere con 20 litri d’acqua giornalmente, per persona, per soddisfare ogni esigenza (agricola, ecc.), acqua che pagano alla società israeliana cinque volte di più di quanto paga un abitante di Tel Aviv.

Dall’inizio dell’offensiva turca, la capacità del Rojava di fornire acqua alle popolazioni è stato un obiettivo strategico. Il 10 ottobre 2019, la diga di Bouzra che garantisce l’acqua alla città di Derik è stata bersagliata dall’aviazione turca, mentre il rifornimento di acqua alla città di Hassaké è stato interrotto per i danni causati all’impianto di trattamento acqua di Alok che approvvigiona 400.000 persone nella regione.

VI. Conclusione

Il movimento di solidarietà con il Rojava non deve ignorare la prospettiva di una nuova offensiva “in grande stile” contro il Rojava, in analogia all’aggressione contro Afrin.

Non sappiamo quanto tempo possa durare la fase attuale iniziata a fine 2019.

Ciò che sappiamo è che la guerra di bassa intensità condotta ora dalla Turchia contro tutti i territori liberati del Kurdistan (Rojava, Qandil, ecc.) costituisce una forte aggressione, continua e multiforme.                 

Resistervi richiede grande sforzo, mezzi, intelligenza e determinazione.

La solidarietà internazionale può e deve essere un sostegno determinante a questa Resistenza, a condizione che essa pure sia forte, continua e multiforme.     

 

venerdì 28 agosto 2020

 Ciao a tutti/e

riprendiamo gli interventi sul blog dopo una lunga pausa. Pausa dovuta alla lunga malattia che infine ha avuto il sopravvento sul compagno Valter Ferrarato. Lui, appunto, curava questo blog, con passione e competenza tecnica. Cercheremo ora, come Collettivo, di continuare il lavoro.  In cooperazione con le altre strutture del Soccorso Rosso Internazionale (cui partecipiamo), e con altri organismi militanti con cui condividiamo iniziative e campagne specifiche.  In questo momento, di ancora forte emozione per la perdita di Valter, vogliamo ricordarlo qui con un testo diffuso durante le esequie.




     IL COMPAGNO VALTER FERRARATO VIVE NELLE NOSTRE LOTTE

 Ciao Valter

siamo qui con le bandiere rosse a renderti onore. La morte purtroppo ti ha colto ancora nel pieno della vita, quando eri pieno di energia e gioia di vivere, di lottare. Questo trasmettevi a chi ti stava a fianco, questo offrivi ai collettivi militanti ai quali partecipavi. Una tensione sincera, autentica alla ricerca collettiva dei percorsi e delle iniziative volte  a sviluppare le forze di classe, le forze che, via via, dovrebbero diventare la forza rivoluzionaria.  Perché, certo, il tuo massimo desiderio, ciò che guidava la tua esistenza era la rivoluzione, era il desiderio di comunismo.

 

La sua è stata una lunga militanza, vissuta attraverso passaggi ed esperienze politiche e sociali diverse, nelle quali si gettava pienamente e dalle quali sapeva anche trarre elementi di bilancio e di riflessione per capire come avanzare.  Ha avuto la capacità di rimettersi in discussione, di praticare l’autocritica e di cercare insieme alla continua ridefinizione dei collettivi politici delle soluzioni più avanzate ai limiti, alle contraddizioni che sorgono sul cammino.  Ma mantenendo, certo, i riferimenti essenziali, acquisiti dalla storia rivoluzionaria del proletariato.  E questa qualità non è poco all’epoca del pentitismo ideologico, delle rese e dissociazioni.  Avere il coraggio dell’autocritica e della continua rimessa in discussione di ciò che si fa, ma restando ben ancorati nel nostro campo, proletario e rivoluzionario.

 

Così lo ricordiamo, in particolare, per alcune esperienze marcanti. Innanzitutto la sua militanza come operaio muratore, il suo stare all’interno del movimento operaio e sindacale, nonostante le grandi difficoltà di questi decenni dominati dall’egemonia borghese e dalla disgregazione della realtà sociale, nel mondo del lavoro. Affrontava le difficoltà, non le prendeva a pretesto per abbandonare la lotta. Dovette fare i conti con la definitiva integrazione delle direzioni sindacali al comando capitalistico e, dopo precedenti frizioni, fu espulso dalla Cgil per la sua coraggiosa difesa del compagno Mario Galesi, caduto combattendo per il comunismo. Atto di grande valore, in un passaggio in cui lo Stato fece di tutto per isolare, criminalizzare chi portava avanti nel modo più conseguente la lotta rivoluzionaria.

 

Vi fu poi la mobilitazione intensa a fianco delle famiglie dei sette operai uccisi dalla Thyssen Krupp a Torino. Condotta con grande determinazione e impegno, di cui resta la cospicua documentazione scritta e raccolta dall’allora Collettivo Comunista Piemontese, in seguito da Riscossa Proletaria. Una storia che ha un grande significato perché emblematica di cosa sono lo sfruttamento e la violenza capitalistica. E di cosa sono magistratura e Stato: i padroni assassini sono sempre liberi e in funzione!  Facendo risaltare ancor più, per contro, la repressione che viene esercitata verso il campo proletario. Su questo versante, la solidarietà e la mobilitazione sono state sempre un impegno importante e coraggioso per Valter.  La costruzione di Coordinamenti di base fra le realtà di lotta, fino all’odierna Cassa di Resistenza territoriale, ne sono gli ultimi sviluppi.

 

E ancora la dimensione internazionalista.  Valter è stato molto sensibile a questa dimensione, che facendo alzare lo sguardo oltre le grandi difficoltà di questi decenni, ci ha permesso di metterci in relazione, in sintonia con le forze rivoluzionarie laddove esistono e avanzano. Nelle immense periferie del tricontinente oppresso dall’ordine imperialista.  Fu così che giungemmo a formare il collettivo dei Proletari Torinesi per il Soccorso Rosso Internazionale. Fu il naturale sbocco alle esigenze, fortemente sentite, di mettersi in connessione con le dinamiche più significative, per dare nuovi impulsi, nuovo vigore al nostro intervento di classe qui.  Valter era entusiasta di questo impegno, di questo lavoro, lo si può ben vedere dal come aggiornava e alimentava il blog del collettivo.

 

Un Compagno all’interno di percorsi collettivi che oggi continueremo anche in suo nome, sentendolo parte viva di noi stessi.  Perché, nell’attuale degenerazione sociale e tirannia imperialista, questi obiettivi sono sempre più attuali:

– Unità alla base, autorganizzazione proletaria - Lotta di classe per la rivoluzione – Solidarietà internazionalista.

 CIAO VALTER, SEI CON NOI, NEI NOSTRI PASSI VERSO LA RIVOLUZIONE!

 

Le tue compagne,i tuoi compagni

Torino 23 luglio 2020

   

 Ilaria e Tobias liberi Nessuna estradizione per Gabriele Lunga vita in libertà ai latitanti L’11 febbraio scorso degli esponenti di estrema...