sabato 12 dicembre 2020

 


RiseUp4Rojava valuta l'attuale situazione politico-militare

La campagna internazionale RiseUp4Rojava ha pubblicato una valutazione sull'attuale situazione politica e militare nel nord-est della Siria.

venerdì, 4 dicembre 2020

Nelle ultime settimane e mesi, si è assistito a un rapido aumento degli attacchi condotti dalle forze d’occupazione turche fasciste alle aree liberate della Siria nordorientale. Spaziando da Afrin e le aree di Sehba dove si oppone resistenza al fronte di Manbij e Ayn Issa, a Til Temir e fino a Dêrik nel nord-est, l'esercito d’occupazione turco e le sue truppe ausiliarie islamiste hanno intensificato gli attacchi contro la popolazione civile e le sue forze di difesa rivoluzionarie.

Quasi quotidianamente il fuoco dell'artiglieria turca colpisce le aree liberate di Afrin e Şehba, divenute rifugio per centinaia di migliaia di profughi dai territori occupati del cantone di Afrin, e la paura e il terrore continuano ad affliggere le aree sotto il controllo delle forze d’occupazione. Non passa giorno senza segnalazioni di ulteriori rapimenti e omicidi; rapine, saccheggi, estorsioni e stupri non sono eccezioni, ma il cardine del regime d’occupazione islamista. Basandosi sulla ben nota Dottrina anti-insurrezionale della NATO, gli occupanti fascisti rispondono a ogni azione partigiana delle Forze di liberazione di Afrin, HRE, praticando puro terrore contro la popolazione civile e compiendo bombardamenti per ore su villaggi e cittadine autogestite.

Più a est, sul fronte di Manbij, si sono pure significativamente moltiplicati gli attacchi, soprattutto negli ultimi giorni e settimane. Specialmente dopo il tramonto sono ripetuti gli attacchi, principalmente con l'artiglieria, ma talvolta con armi leggere in combattimento diretto. Sul fronte di Til Temir e vicino alla città di Serê Kaniyê, occupata lo scorso ottobre, domina un'ingannevole tranquillità, salvo alcuni attacchi isolati e ripetuti scontri tra bande. Sebbene i combattimenti attivi siano attualmente concentrati in altre aree, le forze d’occupazione hanno mobilitato nuove truppe per rafforzare i loro fronti e hanno iniziato ad espandere le loro fortificazioni. L'area a est di Qamişlo, fino alla città di Dêrik, ha assistito negli ultimi mesi allo svolgersi di un'attività senza precedenti in termini di droni turchi da ricognizione e da combattimento.

I collaborazionisti del KDP curdo meridionale continuano le loro azioni provocatorie lungo il confine siriano-iracheno e procedono continuamente a spostare truppe e armi pesanti nelle loro oltre 40 basi militari di nuova costituzione sul confine con il Rojava.

I movimenti dell'esercito d’occupazione turco possono essere notati anche nel Kurdistan settentrionale occupato, e sia unità turche regolari, sia mercenari e bande islamiste stanno prendendo posizione nel triangolo di confine Iraq-Turchia-Siria. Non è chiaro se le truppe siano radunate per un'espansione delle operazioni d’occupazione nel Kurdistan meridionale, o in preparazione di un attacco alle città confinanti a est di Qamişlo.

Preparativi sono in pieno svolgimento su tutti i fronti nel nord della Siria, non lasciando dubbi sulle intenzioni di guerra delle forze d’occupazione. Soprattutto da ottobre si registra una maggiore attività delle truppe nemiche, principalmente sui tratti di fronte vicino alla città occupata di Girê Spî. I dintorni e il centro della città Ayn Issa, a nord di Raqqa, è da giorni sotto continui bombardamenti da parte dell'artiglieria turca e truppe infiltrate di bande islamiche comandate da esperti veterani dello Stato islamico stanno cercando di sfondare le linee di difesa e di avanzare nel centro della città. Droni turchi e aerei da ricognizione sorvolano senza sosta le zone di combattimento e cercano di localizzare le posizioni della resistenza. Gli invasori turchi stanno radunando obici, lanciarazzi e altre armi pesanti nei villaggi appena dietro la linea del fronte, e mercenari islamisti dell'autoproclamato Esercito Nazionale Siriano si stanno riunendo in preparazione di nuovi attacchi a nord della città di Ayn Issa, capitale ufficiale dell'Autonoma Autoamministrazione della Siria settentrionale e orientale. In considerazione dei preparativi e dei lavori di fortificazione in corso da mesi nei territori occupati, della rinnovata alta concentrazione di truppe lungo le linee di contatto e di bombardamenti indiscriminati delle aree di insediamento civile, si deve presumere che Ayn Issa diventerà l'obiettivo di un altro attacco d’occupazione nel prossimo futuro, come ha avvertito il comando generale delle Forze Democratiche Siriane, QSD, nella sua ultima dichiarazione su quanto avviene a nord di Raqqa. Con devastanti attentati terroristici e attacchi permanenti contro i civili nei dintorni della città e dell'autostrada internazionale M4, i fascisti turchi e i loro ausiliari cercano di spezzare la volontà di resistenza del popolo di Ayn Issa, di spaventare il popolo e costringerlo a fuggire. La scorsa settimana, l'ultimo e più forte attacco delle truppe d’occupazione è fallito a causa della resistenza dei difensori di Ayn Issa. Nelle battaglie scoppiate la notte del 24 novembre, protrattesi fino alla sera del giorno successivo, le forze della rivoluzione sono riuscite ad abbattere almeno 18 occupanti. L'avanzata è stata interrotta, non lasciando agli aggressori che la scelta di ritirarsi dietro le loro linee del fronte. Ricorrendo a migliaia di colpi di mortai, artiglieria e razzi, solo negli ultimi giorni, l'obiettivo è stato quello d’indebolire la resistenza delle Forze Democratiche Siriane, demoralizzare la resistenza dei combattenti e della popolazione, quindi facilitare un nuovo attacco.

Dati l'attuale situazione di guerra e gli attacchi che crescono ogni giorno, non potrebbe essere più cinico parlare di un cessate il fuoco effettivo. Mentre le bombe piovono tutti i giorni sulle aree liberate e i fascisti turchi stanno solo aspettando un'opportunità favorevole per un altro attacco su larga scala contro la rivoluzione, le cosiddette “potenze garanti'' imperialiste stanno a guardare e legittimano nient’altro che la politica d’occupazione turca, diffondendo menzogne sul proclamato “cessate il fuoco”. Questa orchestrazione intrisa di sangue non ha mai avuto altro scopo che quello di scolpire nella pietra lo status dei territori occupati e consolidare la sovranità turca sulle zone invase in Siria.

Contrariamente a quanto molti hanno ampiamente ipotizzato, l'aumento degli attacchi turchi non dipende in modo significativo dall'esito delle elezioni USA, ma può essere spiegato principalmente da sviluppi regionali, equilibrio di potere nuovamente emergente, situazione politica interna della Turchia e situazione del regime. Dopo che il presidente armeno, Pashinyan, dietro pressione del regime russo e a fronte della situazione devastante sul campo di battaglia, il 10 novembre ha annunciato la resa de facto di tutte le forze armene in Nagorno-Karabakh, gli scontri armati tra le forze d’occupazione turco-azere e l'esercito di difesa di Artsakh sono finiti bruscamente. Dopo oltre 40 giorni di aspri combattimenti, i difensori armeni hanno dovuto inchinarsi alla superiorità della coalizione d’occupazione turco-azera. Anche se le forze armate turche non hanno svolto ufficialmente alcun ruolo sul campo di battaglia ed entrambi gli Stati hanno negato con veemenza un intervento turco, è indubbio che la forza e il cervello fondamentali, retrostanti l'offensiva azera, non era altro che lo stesso regime AKP-MHP. Fin dal primo giorno, i rappresentanti del regime di palazzo non hanno perso occasione per esprimere il loro sostegno al dittatore Aliyev e al suo regime criminale, e il ministero della Difesa turco ha riferito quotidianamente sull’avanzata delle truppe azere. Parlando di truppe azere, si è fatto riferimento apertamente ai "nostri soldati turchi", arrivando addirittura a parlare di "nostri cittadini" nel denunciare le perdite di civili sul fronte azero. Lo slogan "due Stati, una nazione" ha riempito le strade di Azerbaigian e Turchia e le truppe azere hanno dichiaratamente marciato sul campo con la bandiera della repubblica turca. I canali televisivi della propaganda di regime turca hanno riportato ogni minuto i successi dei “fratelli turchi azeri” nella “difesa della patria”, e le immagini di soldati che salutavano il cameraman con il 'saluto del lupo', segno distintivo dei fascisti turchi, sono scorse sugli schermi.

Per il regime AKP-MHP, precedentemente affidatosi sempre più alla propaganda neo-ottomana per le sue mire espansionistiche in Siria, Iraq, Libia e altre aree del Medio Oriente, la guerra contro la Repubblica di Artsakh è un vero e proprio banco di prova per il "turanismo", ovvero il nome dato ai sogni della superpotenza panturca volti a creare un impero mitologico che unisca tutti i popoli turchi, dall'Asia centrale al Medio Oriente, sotto un unico Stato. Questa ideologia fascista, basata sulla superiorità della razza turca, non è stata solo alimentata dai teorici dello Stato nazionale turco, dai leader del Comitato di Unione e Progresso (Ittihad ve Terraki), ma è anche ideologia ufficiale del partito di regime turco, MHP. Il “turanismo” è diffuso anche tra i sostenitori del regime azero. Se si dà un’occhiata alla mappa, si noterà presto che l'eliminazione dell'autonomia armena rappresenta un passo decisivo verso l'unificazione territoriale di entrambi gli Stati turchi. Il fattore decisivo che ha volto la guerra a favore delle forze della coalizione turaniana è stato anche il supporto aereo turco nel Nagorno-Karabakh. Per le unità armene, la morte è venuta dall'alto. Le truppe armene hanno subito le maggiori perdite tramite gli attacchi con droni turchi Bayraktar TB 2. Inoltre, le truppe turco-azere sono state appoggiate sul campo da numerosi mercenari islamisti trasferiti dal regime turco dai territori occupati in Siria e Libia, come carne da macello, sui fronti del Nagorno-Karabakh.

Dopo il ritiro delle truppe armene, l'esodo in massa della popolazione armena di Artsakh e la cessione di territori alle forze d’occupazione azere, sotto la supervisione russa, non è ancora chiaro se e in quale forma l'esercito turco avrà una presenza ufficiale nei territori occupati, ma l'esito della guerra è una vittoria per il fascismo turco e un regalo al regime. Con o senza una presenza ufficiale: l'esercito turco e i servizi segreti sono attivi sul campo e hanno coordinato intensamente gli eventi di guerra, migliaia di bande assassine islamiste garantiscono influenza e controllo per conto del regime e il piano inteso ad aprire un corridoio tra Turchia, regione autonoma azera di Nakhivan e Azerbaigian, derivante dall’accordo, sono grandi passi avanti nel progetto di espansione strategica del fascismo turco. Il regime, che avvelena la testa e il cuore del popolo con la sua propaganda fascista, è riuscito a stabilizzare la propria posizione in patria mobilitando sul “turanismo”, ed Erdogan si è celebrato come “Conquistatore del Karabakh”. La guerra in Nagorno-Karabakh dovrebbe aver chiarito una volta per tutte, a tutti, che il regime di Ankara non è interessato a mettere in sicurezza i propri confini o combattere il terrorismo, ma solo a realizzare il proprio progetto di superpotenza espansionista.

Coloro che ancora sostengono che l'unica ragione delle operazioni d’occupazione turche in Siria settentrionale e in Iraq settentrionale è la presunta o effettiva presenza di forze del Partito dei lavoratori del Kurdistan e di altre forze rivoluzionarie adottano ciecamente la narrativa turca e legittimano le politiche d’occupazione del regime. Questo è quanto fatto soprattutto dalle forze del KDP nel sud Kurdistan, che collaborano con il fascismo, invitando le forze di difesa popolare del Kurdistan e non gli occupanti turchi a ritirarsi dal Kurdistan meridionale. Gli ultimi mesi, in particolare, hanno mostrato un'ulteriore intensificazione dello scontro tra forze rivoluzionarie e fascisti nel Kurdistan meridionale. Unità del cosiddetto "Partito Democratico del Kurdistan", KDP, che governa dittatorialmente e con pugno di ferro le aree autonome del Kurdistan meridionale sotto la direzione della famiglia Barzani, hanno spostato ininterrottamente truppe e armi pesanti verso le zone di rifugio della guerriglia in montagna. Il KDP di Barzani, che lascia il proprio popolo in povertà mentre vende le ricchezze del Paese agli occupanti turchi, non fa mistero della sua aperta collaborazione con il regime fascista e si prepara in termini di propaganda oltre che militarmente a combattere a fianco degli occupanti contro le forze del movimento per la libertà.

I guerriglieri, che nel 2014 hanno difeso con grandi sacrifici le regioni autonome del Kurdistan meridionale contro l'avanzata dello Stato islamico a Mexmur, Kerkuk, davanti a Hewler e Şengal, sono accusati di mettere in discussione la sovranità della regione autonoma e denigrati come "occupanti", mentre la famiglia Barzani è accolta ad Ankara calorosamente. Mentre la lotta guerrigliera contro gli occupanti continua in molte zone del Kurdistan meridionale, da Heftanin a Xakurke, le truppe del KDP avanzano nelle aree della guerriglia in coordinamento con la leadership dell'esercito turco e appoggiate dall'aviazione turca. Hanno creato basi e posti di controllo per limitare la libertà di movimento delle unità guerrigliere e fornire ai servizi segreti turchi coordinate e informazioni sulle posizioni della guerriglia. Nonostante tutti gli appelli e le richieste di mediazione di varie forze politiche curde, il KDP continua la sua politica aggressiva e provocatoria, schierandosi nettamente a fianco delle forze d’occupazione. È solo grazie all'approccio del PKK, prudente e orientato alla ricerca di una soluzione, se finora non si è verificata alcuna grave escalation, ma la situazione è tesa e potrebbe trasformarsi in un conflitto armato in qualsiasi momento. È già evidente che le misure contro la guerriglia mirano solo ad indebolire la resistenza e ad aprire la strada all'esercito turco per penetrare in altre aree del Kurdistan meridionale.

La situazione nelle aree autogestite di Şengal deve essere valutata come altrettanto critica. Là, il 27 novembre l'esercito iracheno, il KDP e i suoi alleati hanno iniziato ad attuare l'accordo tra Hewler e Baghdad stipulato il 9 ottobre 2020. L'accordo mira a 'ripulire' Şengal dalla presenza di tutte le milizie – a intendersi solo le forze di autodifesa yazide, YBŞ, e le forze femminili YJÊ, così come i gruppi delle cosiddette forze di mobilitazione popolare - per insediarvi una forza mercenaria pagata e un regime fantoccio in sostituzione del Consiglio autonomo democratico di Şengal. I difensori del popolo yazide e i liberatori di Şengal dovrebbero ancora una volta cedere il passo alle truppe che nel 2014 hanno pugnalato alla schiena il popolo di Şengal, lasciandolo indifeso alla mercé delle bande di assassini dello Stato islamico. L'accordo, in cui la Turchia è anche attivamente coinvolta dietro le quinte, è stato sviluppato nei mesi estivi con gli auspici e la mediazione degli imperialisti USA, che sperano di vedere nella distruzione del potere popolare di Şengal un progetto per un'alleanza tra il fascismo turco, il Governo centrale iracheno e il KDP, per una lotta congiunta contro il movimento di libertà in altre parti dell'Iraq. Per mettere in pratica il piano, le fazioni irachene hanno mobilitato oltre 10.000 soldati dell'esercito e della polizia federale e intendono avviare nei prossimi giorni lo scioglimento dell'autogestione, cominciando con l’ammaino delle bandiere dell’autoamministrazione e il disarmo pianificato delle forze d’autodifesa. Il popolo di Şengal e le sue strutture di autogoverno hanno annunciato una determinata resistenza a qualsiasi misura che ignori e calpesti la volontà del popolo yazida. Per sei anni, gli yazidi hanno vissuto fra e intorno alle montagne di Şengal con la propria autogestione democratica, hanno imparato a difendersi e hanno creato il proprio esercito di difesa. Sebbene l'ulteriore corso della situazione rimanga aperto, una cosa è chiarissima: nessun potere al mondo può semplicemente cancellare l'esperienza di libertà degli ultimi sei anni e ridurla a niente. Chiunque cerchi di infrangere la volontà del popolo di Êzidxan deve aspettarsi resistenza

Gli eventi fra le montagne di Şengal, le montagne del Kurdistan meridionale e anche in Rojava formano un'unità. Rientrano in uno stesso progetto di annientamento contro la rivoluzione in tutte e quattro le parti del Kurdistan e del Medio Oriente, e come tali devono essere affrontati. Mentre ci scontriamo con lo Stato turco e i suoi alleati sul campo di battaglia come diretti avversari, gli imperialisti USA, la NATO e il regime russo sono e rimangono gli architetti e le forze guida dietro gli sporchi piani, accordi e cospirazioni contro il movimento rivoluzionario. Stanno usando lo Stato turco e altre forze collaborazioniste come leva per ricattare la rivoluzione del Rojava e della Siria nord-orientale. La minaccia di un'altra invasione turca, che come la spada di Damocle è sempre sospesa sulle teste del popolo della Siria nord-orientale, è alimentata per mettere in ginocchio la volontà indipendente di autogestione e piegare la rivoluzione al servizio degli interessi dell'imperialismo. Il fascismo turco è il martello con cui cercano di schiacciare la rivoluzione, ma le mani che guidano il suo destino sono da trovare altrove.

È stata la concezione strategica degli USA, dall'estate del 2015, tesa ad accrescere al massimo la pressione sul movimento rivoluzionario in Nord Kurdistan e Nord Iraq settentrionale, indebolire la rivoluzione come fattore regionale e quindi mettere all'angolo l'autogestione del Rojava. Nei negoziati sponsorizzati dagli Stati Uniti per un fronte unito curdo nella Siria settentrionale tra l'alleanza di partito PYNK (Partiti per l’unità nazionale curda) a sostegno dell’autogoverno in Siria nord-orientale, e il ramo siriano del KDP, ENKS (Consiglio nazionale curdo in Siria), le trattative sono state recentemente sospese a tempo indeterminato. Questo dopo che la delegazione ENKS, che sin dai primi giorni non ha nascosto la sua aperta ostilità alla rivoluzione sociale del Rojava, ha chiesto, tra l’altro, lo scioglimento della presidenza collettiva di donne e uomini, l’abolizione dell’istruzione scolastica con lingua madre a favore del curriculum di regime siriano nonché il trasferimento del 50% di potere governativo dalle mani del popolo alla propria organizzazione.

Gli USA hanno cercato a lungo di mettere i loro favoriti, ENKS, in una posizione di forza, e vorrebbero instaurare un regime collaborazionista, sul modello della regione indipendente del Kurdistan in Nord Iraq, al posto del potere popolare della Siria settentrionale e orientale. Naturalmente, nessuna di queste condizioni, che costituirebbero una resa dei principali risultati della rivoluzione, è accettabile in qualsiasi forma. Ciò per cui si è combattuto, con il sangue di oltre 11.000 giovani donne e uomini eroici, non è in vendita. Gli sviluppi in Iraq, ma anche gli attacchi intensificati alla Siria nordorientale, vanno intesi soprattutto come una minaccia contro le forze rivoluzionarie in Siria. Il messaggio è chiaro, o i popoli si piegano alla volontà dell'imperialismo, o questo toglierà il guinzaglio al suo cane feroce , il fascismo turco. Nascosto dietro allo spettacolo politico e alla diplomazia delle bugie e dell’inganno, il popolo della Siria nordorientale è costretto a scegliere: resa o annientamento.

Pertanto, è necessario rispondere in termini adeguati a ogni attacco contro la rivoluzione, sia nel nord della Siria, che sulle montagne del Kurdistan, o nelle aree autogestite di Şengal. Chiunque tenti di guardare la situazione nel nord della Siria separatamente dall'insieme di questo progetto d’annientamento contro le forze rivoluzionarie, rende il miglior servizio al nemico, anche se non intenzionalmente. Allo stesso modo, sperare in una soluzione politica o diplomatica nelle circostanze date significa cadere in uno dei loro tanti inganni e menzogne. Finché il fascismo turco non sarà schiacciato e i popoli non avranno posto fine alla sua follia, la guerra contro la rivoluzione continuerà in tutta la sua violenza. La politica di conciliazione degli Stati occidentali verso il fascismo turco gli ha aperto la strada, rendendo l'imperialismo turco un forte fattore di potere regionale. Coloro che credono che l’insaziabile bisogno d’espansione dell’imperialismo turco sia già stato saziato si sbagliano di grosso. Solo la lotta rivoluzionaria dei popoli della regione insieme a un movimento di resistenza globale organizzato, unito in un fronte contro il fascismo, potrà fermarlo.

In occasione dei suoi 42 anni di esistenza e lotta, nell'anniversario della fondazione del partito, il 27 novembre, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan ha espresso la sua determinazione a coronare il 43° anno di lotta schiacciando il regime AKP-MHP. Anche noi ci congratuliamo con il PKK, la forza trainante più determinata della lotta rivoluzionaria regionale, e tutti i popoli progressisti del mondo nel 42° anniversario della sua fondazione e, come parte del movimento di resistenza globale contro il fascismo turco, dichiariamo che agiremo da parte nostra per annientare questo regime barbaro.

Il fascismo sarà distrutto: la rivoluzione in Medio Oriente vincerà!



lunedì 30 novembre 2020


Saluto ai prigionieri e alle prigioniere in occasione della Conferenza di Lavoro del Soccorso Rosso Internazionale – novembre 2020

Cari compagni e care compagne,

I/le delegati/e partecipanti alla Conferenza di Lavoro del Soccorso Rosso Internazionale v’inviano i loro saluti più calorosi. La Conferenza si è tenuta in un contesto particolare legato alla seconda ondata del Covid-19, il che ha condizionato molto tale Conferenza sia a livello dei metodi che degli argomenti trattati.

Senza grande sorpresa, Covid-19 ha occupato un posto particolare nei nostri scambi d’opinione. Ovunque la nostra classe deve affrontare il carattere antipopolare della gestione della pandemia con l’intensificarsi della repressione e delle privazioni economiche. Avevamo in precedenza identificato la crisi legata alla pandemia come un’occasione storica per far progredire la coscienza e la lotta di classe. La sinistra rivoluzionaria resta però ancora troppo paralizzata dalla crisi e incontra difficoltà ad adattarsi alle nuove realtà. Eppure la nostra classe si mobilita soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale dove non esistono né volontà politica, né margini finanziari per attenuare gli effetti della crisi o per scaglionarli nel tempo. Queste mobilitazioni ampie e radicali non corrispondono agli schemi tradizionali cui siamo abituati. I loro nuovi caratteri, che abbiamo cominciato a identificare attraverso l’esempio dei gilet gialli, sembrano confermarsi. Queste nuove mobilitazioni raggruppano fasce molto differenti di persone, ovvero proletariato, giovani e piccola borghesia. Queste mobilitazioni sono destinate a svilupparsi con il peggioramento della crisi economica provocata dalla crisi sanitaria.

Il nostro lavoro politico dovrà tener conto di questa nuova realtà, del fatto che le mobilitazioni, siano esse economiche (lotta per un reddito sostitutivo) o politiche (lotta per la difesa delle libertà), devono affrontare una repressione come elemento della guerra condotta dalla borghesia contro la nostra classe. Le rivolte di prigionieri, cui alcuni/e di voi hanno aderito, ne costituiscono peraltro un chiaro esempio La dialettica lotta/repressione/resistenza mostra nuovamente d’essere al centro del processo rivoluzionario, dialettica in cui voi svolgete un ruolo di primo piano. Il nostro lavoro prosegue su vari fronti: processi contro i/le manifestanti (fra l’altro quelli contro il G20 di Amburgo, 2017), solidarietà ai/alle rivoluzionari/rivoluzionarie prigionieri (fra l’altro: Georges Abdallah, Nikos Maziotis, Pola Roupa, i/le prigionieri/e sottoposti ai regimi d’isolamento e 41bis in Italia, ecc.), solidarietà internazionale (fra l’altro con il Rojava che affronta una guerra permanente di bassa intensità condotta dal fascismo turco). Ci impegniamo a fare di tutte queste mobilitazioni dei momenti d’offensiva, dei momenti in cui gli attacchi del nemico si ritorcano contro di esso. Compagni, in questo periodo difficile la vostra partecipazione al processo rivoluzionario è più che mai essenziale. L’esempio della vostra resistenza nelle prigioni continua a ispirare e alimentare le nostre lotte. Vi rinnoviamo, cari/e compagni/e, i nostri saluti più calorosi.

Proletari torinesi per il SRI

Collettivo contro la repressione per il SRI

via Magenta 117 – 20099 Sesto S. Giovanni (MI)







giovedì 12 novembre 2020

 

Stop alla guerra di aggressione contro il Rojava!

Comunicato stampa della campagna di solidarietà RiseUp 4 Rojava


Come parte di una settimana di azione internazionale, convocata dalla campagna RiseUp 4 Rojava, ci sono state diversi momenti di protesta e dimostrazione contro la guerra di aggressione del regime di Erdogan alla Federazione Democratica del Nord-Est della Siria e al movimento di liberazione kurdo; con lo slogan “Da Kobane a tutto il mondo: solleviamoci contro il fascismo!”, nei giorni scorsi, hanno espresso la propria solidarietà con la resistenza di Kobane e con la rivoluzione del Rojava/Nord-est della Siria. La settimana d’azione si é avviata il 1°novembre, Giornata Internazionale per Kobane, che commemora il 1°novembre del 2014 quando milioni di persone scesero in piazza in tutto il mondo per sostenere l’eroica resistenza di Kobane contro il sedicente Stato Islamico, e produssero un movimento globale di solidarietà, resistenza e lotta comune, che oggi si organizza al di là delle frontiere e difende la speranza rivoluzionaria.

La settimana scorsa manifestanti hanno dimostrato in circa 30 Paesi – fra cui Argentina, Brasile, Canada, Sud Africa, Germania, Svezia, Svizzera, Catalogna, Francia, Portogallo, Gran Bretagna, Grecia, Turchia, Australia – e fino alle strutture locali in Rojava e a quelle kurde di sostegno in Europa, in particolare “Donne in difesa del Rojava”, la “Comune Internazionalista del Rojava”, “Rendiamo di nuovo verde il Rojava”. In più di 30 Paesi, con più di 150 iniziative, in forme varie e creative, si è dimostrato che le conquiste della rivoluzione vanno difese e che la continuazione e l’intensificazione della guerra non vanno accettate in silenzio, bensì contrastate preventivamente con tutti i mezzi. In diverse città sono state fatte azioni contro imprese di produzione bellica e altre che collaborano con lo Stato turco nel funzionamento della macchina bellica. L’apparato bellico della Turchia è molto dipendente dal supporto di altri Stati, sia tecnologicamente e finanziariamente che sotto l’aspetto politico.

Se vogliamo fermare la guerra del fascismo turco contro il movimento democratico, contro le conquiste rivoluzionarie e le popolazioni di Kurdistan e Siria, dobbiamo troncare anche i supporti alla guerra” dice Sores Ronahì, un portaparola della Comune Internazionalista del Rojava, facendo appello anch’egli alla settimana di mobilitazione. “In alcuni casi la pressione sulle imprese e sugli Stati ha avuto degli effetti”, continua Ronahì. Portando l’industria bellica turca in una profonda crisi, a partire dall’invasione di ottobre. Per esempio è stata bloccata l’esportazione di acciaio per blindature a diversi fabbricanti turchi (e.g. Otokar, BMC, Roketsan) ; e lo sviluppo del progetto di carri armati “Altay”, dei jet “TFX”e l’acquisto degli elicotteri “ATAK”non possono realizzarsi venendo a mancare i motori adatti. Poche settimane fa il fabbricante canadese di motori Bombardier e la sua filiale australiana BRP Rotax hanno annunciato che non forniranno più motori per droni alla Turchia.

La campagna RiseUp 4 Rojava vuole sviluppare questi successi e incrementare ancora la pressione sulla Turchia. Sores Ronahì conclude “Con la nostra resistenza globale, con centinaia di azioni in molti Paesi, nelle diverse forme di manifestazioni, blocchi e occupazioni, in giro per il mondo, noi protestiamo contro i crimini dello Stato turco e dei suoi alleati. Al tempo stesso contribuiamo, organizzando eventi e conferenze, a diffondere la speranza e la pratica alternativa che il Rojava rappresenta. Ora è più urgente che mai che si uniscano le nostre lotte e che si porti avanti, si difenda la speranza che il Rojava alimenta in tutto il mondo.”

Sullo sfondo:


Nelle ultime settimane, la guerra della Turchia contro la Federazione Democratica della Siria del nord-est minaccia un’ulteriore escalation.
La Turchia, con l’ausilio delle milizie islamiste, sta sempre occupando città e zone del Rojava, perpetrando sistematiche violazioni dei diritti umani e minacciando ulteriori invasioni delle aree liberate del Rojava/nord-est della Siria, nel prossimo futuro.


Panoramica delle iniziative:

Su Twitter potete trovare una panoramica delle iniziative svolte in diversi Paesi, nei giorni scorsi. La documentazione fotografica può essere liberamente utilizzata: https://twitter.com/RISEUP4R0JAVA/status/1322622541563920384


Campagna Rise Up 4 Rojava


https://riseup4rojava.org/

https://www.facebook.com/riseup4rojavaInternational/

https://twitter.com/riseup4rojava2

https://www.instagram.com/riseup4rojava_international/


lunedì 19 ottobre 2020

 IL GOVERNO CONTE CI VUOLE DOCILI E RASSEGNATI

CONFINDUSTRIA CI VUOLE SCHIAVI E AFFAMATI
IL 24 OTTOBRE TUTTI IN PIAZZA
Mentre in tutta Europa dilaga la seconda ondata pandemica, nel nostro paese il governo e le amministrazioni locali si trovano a fronteggiare la nuova emergenza con un sistema sanitario disastrato come in primavera: pochissime nuove risorse, strutture fatiscenti, gravi carenze d'organico e un personale medico-infermieristico che a dispetto delle fatiche sfiancanti del lockdown continua ad essere umiliato dal mancato rinnovo del CCNL di categoria e da livelli salariali da fame.
I padroni, con la complicità di governo ed istituzioni locali, la scorsa primavera hanno contribuito a trasformare la pandemia in mattanza negli ospedali e nelle RSA, in primis in Lombardia, tenendo aperte migliaia di fabbriche senza alcun riguardo per la sicurezza e la salute di lavoratori e lavoratrici. Ora, sempre in nome del profitto, minacciano barricate per impedire stringenti misure di sicurezza, nonostante il rischio di un collasso degli ospedali su scala nazionale: uno scenario reso ancor più drammatico al sud, che stavolta è pienamente coinvolto dalla pandemia.
Mentre Conte, il PD e i M5Stelle hanno mantenuto l'impianto razzista, repressivo e antioperaio dei decreti sicurezza di Salvini (limitandosi a qualche modifica irrisoria e di facciata), l'esecutivo è sempre più ostaggio dell'arroganza di Bonomi e di Confindustria, delle sue richieste e delle sue pretese, a partire dal mancato rinnovo della moratoria sui licenziamenti a fine anno, nonostante il proseguo dell’emergenza.
I padroni si sentono talmente forti da far saltare i tavoli di trattativa sui rinnovi contrattuali, come dimostra il caso eclatante del CCNL metalmeccanici, con lo scopo dichiarato di ottenere dei contratti-farsa, senza alcun aumento salariale e con l'imposizione di forme sempre più brutali di precarietà e di sfruttamento.
Intanto, al di là delle chiacchiere e della propaganda, si pensa di destinare la gran parte dei fondi del Recovery Plan alle ristrutturazioni produttive necessarie al capitale per contrastare la crisi in corso dal 2008, a infrastrutture e grandi opere al servizio delle imprese o direttamente nelle tasche dei padroni sotto forma di sgravi e incentivi. Risorse che stravolgeranno sempre più i servizi universali (sanità, scuola, trasporti, assistenza), disarticolati da autonomie più o meno differenziate, e che andranno anche a incrementare le spese militari e i piani bellici (30 miliardi destinati alla difesa). Risorse che, con le condizionalità imposte dalla UE, saranno ripagate con nuove lacrime e nuovo sangue da lavoratori, lavoratrici e classi oppresse.
Senza una ripresa generale delle lotte e del protagonismo di lavoratori e lavoratrici, entro l'inverno assisteremo a un'ondata di licenziamenti, a un taglio dei salari e a un massacro sociale senza precedenti.
Per questo motivo lo scorso 27 settembre centinaia di lavoratori e delegati combattivi di diversa appartenenza categoriale e sindacale si sono incontrati a Bologna, con l'obbiettivo di tracciare una piattaforma di lotta e di mobilitazione capace di contrapporsi in maniera adeguata ai piani di macelleria sociale di padroni e governo, e di lanciare dal basso un percorso di mobilitazione che porti in tempi brevi a un vero sciopero generale.
Per il rinnovo immediato di tutti i CCNL scaduti, con forti aumenti salariali e forti disincentivi ai contratti precari e a termine;
No ai licenziamenti di massa; riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, salario medio garantito a disoccupati e precari e integrazione della Cig al 100%;
I costi della crisi sanitaria siano pagati da chi non ha mai pagato: patrimoniale sulle grandi ricchezze per rilanciare la sanità, la scuola pubblica, i trasporti e i servizi sociali;
Documenti, diritto d’asilo, regolarizzazione contrattuale e pieni diritti di cittadinanza per tutti i lavoratori immigrati, con l’abolizione dei decreti sicurezza (che reprimono anche dissenso e conflitto sociale).
Contro ogni autonomia differenziata, oggi rilanciata dal governo
Annullamento delle spese militari e riconversione di tutta la filiera dell’industria bellica e militare, a spese dello Stato e piena garanzia del lavoro;
Tutela piena della sicurezza sui luoghi di lavoro con nuovi e stringenti protocolli per la prevenzione del contagio da Covid 19, gestiti da comitati e rappresentanti eletti da lavoratori e lavoratrici.
24 ottobre
Manifestazioni e presidi di lotta in ogni città
ASSEMBLEA DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI COMBATTIVI

 Fiat Ottobre 1980

I media, il potere amano celebrare il finale dei 35 giorni di resistenza operaia contro il massacro sociale che la Fiat avviava, dando una svolta reazionaria all’insieme della società. Com’erano (e come sono) contenti di vedere sconfitta una classe operaia che per dieci lunghi anni ha sconvolto il mortifero ordine capitalistico, aprendo spazi incredibili a esperienze e organizzazioni rivoluzionarie. Loro amano tanto i 15.000 servi in cravatta, quei tristi e squallidi figuri che della sottomissione e del sadismo sociale fanno la propria esistenza. Quelli che strisciavano per le strade di Torino reclamando la libertà di lavorare, sulle spalle altrui e sui licenziamenti altrui. Ma non furono certo i soli, né i principali nemici degli operai. La sinistra istituzionale completava allora la propria integrazione al sistema dominante. Dietro al santino di Berlinguer, agitato ai cancelli, Piero Fassino e Giuliano Ferrara (massimi dirigenti del partito revisionista e accaniti controrivoluzionari) collaboravano attivamente con padroni, governo e questura in incontri segreti (che ammetteranno in seguito). Poverini, avevano anche un po' paura perché la classe operaia praticava pure la lotta armata. E d’altronde abbiamo visto in che fango borghese sono finiti, al servizio del peggior capitalismo di questi decenni.
Alcuni di noi parteciparono a quell’epica lotta e contemporaneamente allo scontro più generale
Ricordiamo che l’offensiva della Fiat è preceduta da altri attacchi che ne prepararono il terreno: i 61 licenziamenti politici nell’autunno’79, e lo smantellamento delle colonne guerrigliere delle Brigate Rosse e di Prima Linea a Torino in primavera; e ancora la strage alla stazione di Bologna, orchestrata dai servizi segreti della cupola Gelli, stratega fascio-democristiano del terrorismo di Stato contro l’insorgenza operaia. Ma lo scontro andrà avanti nei due anni seguenti, virulento. Non ci arrendemmo. Nonostante la sconfitta militare alla fine del 1982, militanti prigionieri e forze di classe hanno continuato a difendere le posizioni rivoluzionarie, pur nelle condizioni più difficili. Un filo rosso che non sono riusciti a spezzare. Quello che è successo in questi decenni semmai conferma la convinzione che una classe succube del “riformismo” e disarmata non vale niente e finisce nel supersfruttamento odierno. L’immagine di copertina non è del 1980 (non ci piace piangerci addosso), ma dell’occupazione della Fiat del marzo 1973, quando la classe operaia era forte perché praticava e rivendicava il diritto alla violenza e alla rivoluzione.
L'immagine può contenere: il seguente testo "4marzo 1973 L100 Settimatale politipo znngl 43 POTERE OP FRAIO Governo Soccorso ePCI Rosso apagina 2 pagina 2 All'Alfa di Arese a pagina7 SPECIALE LOTTE FIAT Guerra contro l lavoro: come si organizza totta Fiat un problema per @avanguardie Dalla lotta continua allaguerra di classe APA FASCISTI EOIZIA"
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 17 Ottobre 1961, Parigi.

Il Fronte di Liberazione Nazionale Algerino convoca una giornata di mobilitazione a Parigi, contando sulle decine di migliaia di operai che vivono ammassati nelle banlieues. Operai che sono la forza viva delle catene di montaggio, delle grandi fabbriche fordiste, e che esprimono anche identità di classe e anticoloniale. La Francia colonialista è sempre stata feroce, sanguinaria, e non sopporta una simile sfida nella sua capitale. La repressione è un atto di guerra interna: scatenate le orde in divisa, circa 200 manifestanti vengono bastonati, linciati e..gettati nella Senna. Un pogrom coloniale nel cuore della metropoli. Ancora settimane dopo verranno raccolti cadaveri a km di distanza lungo il fiume. Siccome erano principalmente algerini, venne alzato un muro di omertà e di isterismo antiterrorista, solo negli ultimi anni un governo francese riconobbe il crimine (per quello che contano certe parole..) E l’omertà del mondo politico borghese ben si spiega con lo schieramento unanime in difesa della “missione civilizzatrice del colonialismo”, con la tracotante pretesa di proprietà sui popoli africani, asiatici. Solo i comunisti (quelli coerenti, non certo tutto il PCF che si macchiò di complicità con il colonialismo) fecero fronte con le lotte dei popoli dominati, pagando spesso con la vita e con la propria criminalizzazione.

Ma ancora un fatto merita di essere ricordato. A capo della Prefettura di Parigi stava Maurice Papon.
Il classico alto funzionario dal passato fascista, bellamente riciclato nel nuovo regime “democratico”. Passato che non era semplice adesione ideologica, Papon era stato Prefetto alla città di Bordeaux, in piena guerra. E, in quanto tale, appose la sua firma ad alcuni convogli della morte verso i lager nazisti. In seguito alle ricerche compiute fu, molto tardivamente (anni 90), accertato che era corresponsabile delle retate e della deportazione di almeno 1.800 persone (resistenti, ebrei, fra cui centinaia di bambini). Ma com’era possibile che simili criminali la scampassero e si riciclassero così spudoratamente? Continuando a perpetrare lo stesso genere di crimini? La risposta la si può trovare proprio in un altro grande personaggio, mito delle democrazia borghese: Francois Mitterand. Grande illuminista, umanista, ecc. capace di manovrare politicamente per integrare anche le spinte più radicali (sua l’opera di recupero di buona parte dei “sessantottini” e delle loro istanze di rinnovamento) ma entro una coerente visione dello Stato borghese e imperialista: Mitterand fu ministro dell’Interno e pure di Giustizia lungo tutta la guerra d’ Algeria. Cioè gestì, coprì legalmente, contrassegnò, quotidianamente, le migliaia di torture e di esecuzioni lì perpetrate. Nell’entourage di Mitterand emerse poi anche un altro personaggio di continuità fra i due regimi - René Bousquet, un altro boia filonazista – e più in generale, appunto, l’osmosi e l’organico ricambio fra esponenti di potere che, pur in una discontinuità storica, si riconoscevano nello stesso sistema, e innanzitutto nelle esigenze controrivoluzionarie.
Naturalmente non è una specificità francese, sappiamo quanto qui in Italia non ci sia stata epurazione antifascista ma ben il contrario, e che un macellaio genocida dei popoli africani come il generalissimo Rodolfo Graziani sia vissuto beatamente nella sua villa.
Quando le verità su Papon emersero in modo ingestibile, la giustizia borghese diede gran prova di sé. I profluvi di indignazione degli ipocriti giornalisti e politicanti produssero una condanna (udite, udite) per “crimini contro l’umanità”. Il peggior reato immaginabile e sanzionabile. Risultato: 10 anni di condanna, di cui 3 scontati in carcere (si fa per dire). Anime pie si commossero per un povero novantenne in catene, e il Papon se ne uscì per qualche altro annetto arzillo.
Spesso negli ultimi anni la commemorazione del 17 ottobre 1961 viene associata, dal movimento di classe, alle attuali lotte antimperialiste, quella palestinese in particolare. E per la liberazione di uno suoi più eminenti esponenti, Georges Abdallah, prigioniero in Francia da 36 anni. Nei prossimi giorni ci sarà la grande manifestazione davanti al carcere di Lannemezan, in occasione dell’anniversario del suo arresto il 24 ottobre 1984. Ancora oggi la sua coerenza e fierezza rappresentano la lotta armata rivoluzionaria dei popoli contro il domino imperialista e la sua violenza terrorista.
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