giovedì 8 aprile 2021

 Pubblichiamo qui un testo ricevuto sulla resistenza popolare nelle Filippine. Resistenza contro un regime fascista, terrorista, al soldo dell'imperialismo occidentale. Motivo per cui qui i media non ne parlano mai .. devono nascondere i propri crimini. Ma soprattutto va considerata e apprezzata l'eroica resistenza di ampi settori popolari, organizzata dalle forze rivoluzionarie comuniste, e da decenni. La rivoluzione proletaria resta il loro orizzonte.

L'esercito del popolo riuscirà a regolare i conti!
Compatriots , l'organizzazione rivoluzionaria dei filippini all’estero, è solidale con le masse lavoratrici in patria che si trovano a dover sostenere un fardello, per il sostentamento delle famiglie, aggravato dai crescenti costi della vita e da tassi sempre più allarmanti di infezioni da varianti COVID-19. Cibo, medicine, prodotti igienico-sanitari e servizi pubblici sono a prezzi sbalorditivi. Il crescente tasso di disoccupazione e l'enorme povertà continuano ad essere sfide impossibili per i lavoratori filippini all'estero, mentre quelli in patria continuano a lottare affrontando le restrizioni governative, il coprifuoco e i discorsi demagogici di Duterte in televisione .
Due anni di stragi efferate in nome della guerra alla droga, ora aggravate dai tanti morti a causa della pandemia, e due anni di pesanti condizioni inflazionistiche hanno messo sotto la luce dei riflettori Duterte . La disumana campagna di guerra alla droga di Duterte, così come la sua mostruosa politica economica hanno smascherato la vulnerabilità della società filippina mettendo in luce l’ assenza di servizi sanitari pubblici adeguatamente finanziati. Il suo palese disinteresse nei riguardi della crisi della salute pubblica e le sue risposte unicamente militari hanno fatto precipitare le fratture socio-politiche tra la popolazione e la burocrazia governativa.
La questione pandemica è diventata securitaria. I vaccini sono capitalizzati in nome della sicurezza della produzione e (..). I prestiti contratti per i vaccini erano già esauriti, ma (..) solo una cosa è chiara. Le infezioni e le morti da COVID-19 aumentano con i fondi presi in prestito e pure con i vaccini donati .
Ma perché il governo Duterte è in guerra con la popolazione filippina? La militarizzazione, in stile statunitense, delle forze dell'ordine civili, come politica propria di Duterte, è sostenuta infatti dagli USA con 6,5 milioni di dollari. Le operazioni antidroga del Dipartimento di Stato USA hanno finanziato la guerra alla droga di Duterte. Con mandati di perquisizione fatti in serie da giudici di tribunali complici, le forze di polizia impiegano tattiche in stile militare agendo insieme a militari e para-militari, con operazioni di pattugliamento omicide in piena notte e incursioni nelle abitazioni all'alba. Allo stesso modo i militari e la polizia affrontano i manifestanti di strada ed esercitano controlli ai confini delle comunità durante i blocchi. La repressione verso pacifici trasgressori della quarantena include persino il dispiegamento di cecchini su veicoli blindati. Il governo di Duterte sfrutta la pandemia per seminare terrore, attraverso un’esibizione sistematica e l’utilizzo palese di tattiche di polizia che enfatizzano l'uso di armi speciali e squadre speciali (SWAT). Uniformi e giubbotti antiproiettile in stile militare per affrontare comunità disarmate e/o semplici cittadini.
Questo metodo viene presentato come un buon servizio pubblico, come una buona politica. Ma quali sono i risultati offerti da un tale buon servizio pubblico che gli OFW (acronimo per contribuenti? NdT) pagano in tasse? Lo stato criminale di Duterte è impegnato solo a uccidere. Rivendica il diritto esclusivo all'uso legittimo della forza, il diritto esclusivo di imporre tasse e, in occasioni specifiche, il diritto esclusivo di approvare una normativa draconiana come la legge antiterrorismo. La guerra alla droga si è trasformata nel terrorizzare il legittimo dissenso politico. La guerra contro la droga è solo una cortina fumogena, in realtà è diffusione di paura, di terrore.. Perciò Duterte non intende porre fine alla "guerra alla droga".
I dati rivelano la vantata politica stragista di Duterte. L'Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (UNHCHR) ha contabilizzato in circa 8.000 le vittime della guerra alla droga, mentre la Filippine Drug Enforcement Agency (PDEA) ne riporta “solo” 5.942. La Commissione per i diritti umani delle Filippine stima 27.000 morti nel 2019, inclusi 73 bambini. Gli omicidi sono avvenuti in modo non casuale, come gli 89 casi di esecuzioni extragiudiziali a Negros dal 2017 al 2019. Una donna militante dei diritti umani, Zara Alvarez di Karapatan Negros, è stata uccisa la settimana dopo che un negoziatore di pace e il presidente di Anakpawis Randal "Randy" Echanis sono stati accoltellati a morte con 47 colpi. Gli indigeni Tumandok sono stati massacrati mentre lottavano per affermare il diritto alle terre ancestrali, così pure i loro testimoni mentre il loro avvocato è stato attaccato all’arma bianca.
Il 7 marzo 2021 è la” domenica di sangue”, prende il nome dal massacro di 9 attivisti da parte di agenti statali durante un’operazione con 67 mandati di perquisizione, tutti in nome dell'anticomunismo. Tra le vittime, una coppia è stata torturata, gli occhi strappati, il cranio rotto ad un altra persona, mentre altre due persone sono state crivellate di proiettili.
Il regime di Duterte mostra sfacciatamente la paura fabbricata, inculcando l’idea che il potere di terrorizzare e trarre vantaggio dal terrore spetta solo allo Stato. La connessione tra Stato e criminalità è un fatto lampante. Il regime di Duterte ha legittimato una burocrazia criminale conforme alle richieste di ripetute operazioni di violenza, indifferente alle conseguenze e alla paura generate fra una popolazione civile attaccata su due fronti: sia dalla povertà estrema e dal Coronavirus, sia dal potere politico che perpetra attacchi violenti e omicidi.
Oggi una paura endemica regna in tutto il paese. I civili sono confinati, ristretti in casa, non solo dalla pandemia, ma dal senso di vulnerabilità e da un senso di colpa ingiustificato, mentre il governo criminale si muove ovunque e minaccia chiunque. E, allo stesso tempo, è esente da manifestazioni pubbliche e critiche che ne reclamerebbero le responsabilità. Pertanto, è assolutamente necessario che la paura e la paranoia diffuse, la sensazione di abbandono, lo stress cronico e il terrore costante provocati dalle forze statali vengano combattute e contrastate in rappresaglia al sangue versato. La nostra realtà si è costantemente confrontata con morti violente. Quindi, non c'è niente di più logico che unirsi alla lotta e difendere i nostri diritti. Oggi più che mai la resistenza armata risuona forte.
In occasione del suo 52 ° anniversario, i Compatrioti salutano il New People's Army (NPA) nella sua dedizione autentica, risoluta e nobile. L'NPA è stata una formidabile fondazione simbolica della necessità di una Rivoluzione Democratica Nazionale. Da cinque decenni è al fianco del popolo filippino povero, diseredato e oppresso.
Lodiamo i Combattenti Rossi per aver perseguito tenacemente una guerra popolare di lunga durata. Le offensive tattiche gradualmente intraprese disgregheranno sempre più le forze nemiche fasciste. L'esercito popolare sostiene e non rinuncia mai alla coraggiosa risoluzione di promuovere una guerra giusta e di principio, quanto meno per liberare il popolo filippino dalle catene della disuguaglianza e dell'oppressione sotto un ordine semifeudale e semicoloniale.
I nostri sogni come popolo sono semplici e pochi. Con una vittoria socialista, un giorno saremo liberi dalle preoccupazioni di perseguire denaro e trovare cibo per la tavola, perché ce ne sarà sempre abbastanza. Il lavoro sarà assicurato nel paese dove si trovano le nostre famiglie e i nostri cari, e non si dovrà emigrare. Sarà predisposto un sistema sanitario pubblico completo per garantire cure e servizi a ogni membro della famiglia. Si provvederà a case popolari e istruzione pubblica gratuita per tutti.
Abbattere il regime criminale USA-Duterte!
Viva il Nuovo Esercito Popolare!
Lunga vita al popolo Filippino!
Viva la Rivoluzione Nazionale Democratica!
Lunga vita al Partito Comunista delle Filippine

Compatriots - Organizzazione rivoluzionaria dei filippini d'oltremare
Membro Organizzazione - Fronte Democratico Nazionale delle Filippine
Comitato Organizzatore Europeo
marzo 2021

martedì 23 marzo 2021

   

                                                                                                                                                                           

                                           


                 Secours Rouge International


 Compagni/e del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali e di Azione Antifascista di Genova

il Soccorso Rosso Internazionale(SRI) vi esprime solidarietà, contro quest'attacco repressivo.

Come spiegate bene nel vostro intervento video ,é molto significativo che vi si accusi di uso di strumenti "micidiali", in un rovesciamento osceno della realtà :le armi di distruzione di massa sono  su quelle navi che voi, coraggiosamente, boicottate!

Ennesima dimostrazione che "la giustizia" in questo sistema non esiste, non può esistere. Ed è perciò che il SRI, contrastando le finalità disgregatrici e di recupero istituzionale che la repressione giudiziaria persegue, appoggia tutte le lotte che sviluppino coscienza e autonomia di classe.

La prospettiva sta nell'accumulare le forze nel nostro campo, facendo del confronto con la repressione un terreno di costruzione solidale, di capacità a sostenere livelli di lotta  crescenti, di maturazione politica.

Costruiamo rapporti di forza e legittimità della lotta di classe ,non subalternità istituzionale e legalitarismo.


La vostra lotta contro i traffici d'armi per le guerre imperialiste è esemplare, si situa nel solco di una grande tradizione del movimento operaio internazionalista. Su questo terreno si è sempre giocata una partita molto importante, di prospettiva rivoluzionaria.

Perciò siamo con voi, disponibili a tutte le iniziative per sviluppare insieme solidarietà e fronte di classe antimperialista e antifascista! 


                                                                                                                                                                                    

                               

                                                


 

martedì 9 marzo 2021

 8 marzo, lotta per la liberazione

dall'oppressione, dalle galere

8 marzo 1911 in una fabbrica tessile di New York 123 operaie e 23 operai muoiono nell'incendio perché i padroni le chiudono dentro con catene alle porte. Fabbrica galera, insomma! Questo massacro fu preso a riferimento simbolico appunto per la giornata di lotta di liberazione delle donne, l'otto marzo.

8 marzo 2020 rivolte in 27 carceri italiane e strage di stato: muoiono 14 detenuti, alcuni sicuramente in seguito ai violenti pestaggi della sbirraglia, gli altri comunque a causa dei motivi della rivolta, il rifiuto di misure di liberazione e sfollamento di fronte all'esplosione dell'epidemia.

Ciò che colpisce é la similitudine tra fabbrica e galera, in entrambe troviamo sbarre e catene, in entrambe il Capitale e lo Stato si appropriano del tempo e della vita delle persone, con licenza di uccidere! E non é storia passata, oggi troviamo queste condizioni nella gran  
 parte delle nuove aree di industrializzazione, in Asia, Africa, America Latina. Fino alle nostre periferie metropolitane con il supersfruttamento del proletariato migrante in particolare. Che passa sia per le fabbriche, cantieri, magazzini o ancora nel bracciantato in campagna, sia per tutta la filiera del ricatto e della violenza istituzionale rispetto alla regolarizzazione, fino alle terribili condizioni di imprigionamento non dichiarato nei CPR e strutture simili. Passa per la cogestione degli Stati imperialisti, come l'Italia, con i regimi come quello turco, libico, croato, ungherese(ecc) della tratta dei migranti(con analogie alla tratta degli schiavi agli esodi del capitalismo)Passa per il razzismo fascista e poliziesco, protetto dall'impunità di stato, che quotidianamente perpetra aggressioni e tiene sotto pressione tutta una parte del proletariato. Passa per la violenza patriarcale e sessista che di nuovo imperversa come rigurgito reazionario ,come strumento per  alimentare oppressione fra oppressi. Passa infine contro i picchetti di sciopero e l'organizzazione operaia, centinaia di lavoratori/trici sono trascinati/e in tribunale, talvolta in carcere.

Il carcere é l'ultima tappa di questa scia di repressione, di questa blindatura sociale. In carcere ci finisce l' illegalità proletaria, prodotta dalle miserie e da queste crisi economiche senza fine. E in carcere si trovano militanti e combattenti della lotta di classe, rivoluzionari/e .Questi/e in particolare con la loro resistenza tengono viva la tendenza appunto alla rivoluzione come sblocco necessario e possibile all'interminabile scontro sociale insito in un ordine così ingiusto e violento. Talvolta in rapporto organico a Organizzazioni attive, talaltra anche solo come difesa dell'identità e della prospettiva politica che incarnano. Per questo, nel e sul carcere si gioca una partita molto importante.
Le nostre lotte, i nostri movimenti, la nostra autorganizzazione possono svilupparsi e crescere solo se assumono tutta l'ampiezza di questi aspetti dello scontro. Solidarietà e fronte unito di classe sono essenziali per affrontare le varie repressioni, per rovesciare i loro ricatti e divisioni fratricide.
Per questo sosteniamo i/le prigionieri/e che lottano, ieri nelle rivolte oggi nei tribunali in cui rischiano pesanti condanne. Cosi come gli/le operi/e e le donne che resistono all'oppressione di classe e patriarcale e che, ugualmente, si trovano sul banco degli accusati.

Una battaglia che va oltre le frontiere ,internazionalista come lo é il proletariato odierno: da due mesi un combattente comunista greco é impegnato nella resistenza contro il carcere speciale .Dimitris Koufontinas ha lottato per molti anni, con l'Organizzazione 17 novembre, armi alla mano contro il regime erede del fascismo e contro i suoi padroni, gli imperialisti USA ed europei. Una lotta molto coraggiosa che ha portato i colpi della resistenza ai più alti livelli del potere. Perciò il trattamento carcerario é vendicativo, vile come sa esserlo il potere borghese. Questo compagno, che ha sempre continuato a solidarizzarsi con le lotte e il movimento rivoluzionario, pure internazionali, oggi  sta usando il proprio corpo come arma estrema .La consapevolezza del suo valore ha suscitato un'impressionante ondata di solidarietà e di controffensiva antagonista, in Grecia, in Europa, nel Medio Oriente. Si registrano circa 400 iniziative, dalle manifestazioni e volantinaggi alle azioni di attacco contro strutture del potere. Un esempio forte di come affrontare la repressione, in unità di classe e in una prospettiva rivoluzionaria.

SOLIDARITA' DI CLASSE  E INTERNAZIONALISTA CON CHI LOTTA -DENTRO LE CARCERI,LE FABBRICHE,I QUARTIERI!
FACCIAMO FRONTE UNITO  PER LA  LIBERAZIONE CONTRO TUTTE LE OPPRESSIONI!
SVILUPPIAMO LE CONDIZIONI PER UNA NUOVA LOTTA RIVOLUZIONARIA!

lunedì 15 febbraio 2021


 

 

Venerdì 12 Febbraio. Giornata Internazionale di solidarietà con lo sciopero della fame di Dimitri KoufontinasAlla fine del dicembre scorso il governo greco ha approvato una riforma del sistema penitenziario nazionale che, oltre ad altre misure che peggiorano le condizioni detentive, stabilisce che chi è condannato per terrorismo non possa accedere alle “carceri rurali”, istituti più “aperti” a cui hanno accedono i prigionieri di lungo corso. L’approvazione di questa legge ha subito attivato l’iter burocratico per il trasferimento di Dimitri Koufontinas dal carcere rurale di Kassevitia.

Dimitri è un compagno condannato per la partecipazione all’organizzazione rivoluzionaria 17 Novembre, in carcere dal 2002. Il nuovo pacchetto di leggi stabilisce che i reclusi nelle carceri rurali
vengano riclassificati e trasferiti quindi nell’ultimo carcere in cui sono stati. Nel caso di Dimitri sarebbe dovuto essere quello ateniese di Koridallos.
L’amministrazione penitenziaria ha però deciso di trasferirlo, manipolando le carte del trasferimento, nel carcere di Domokos.
Nonostante in Grecia non esistano circuiti differenziati, l’intenzione dell’amministrazione penitenziaria negli ultimi anni è stata quella di rendere questa prigione un carcere “duro”. Un trasferimento punitivo, dunque, volto a colpire un compagno che lotta da sempre, fuori, nelle aule di tribunale, in prigione: da quando è detenuto ha partecipato a numerose proteste e ha intrapreso ben quattro scioperi della fame.
Repressione volta ad annichilire Dimitri Koufontinas ma che si iscrive nel progetto repressive complessivo dello Stato greco: cercare di schiacciare le parti più radicali e combattive della società per
scongiurare l’ipotesi di conflitti futuri.
Davanti al trasferimento Dimitri Koufontinas ha deciso di non rimanere in silenzio e di usare l’unica arma che aveva a disposizione, il suo corpo. Dal 8 gennaio ha iniziato uno sciopero della fame che proseguirà ad oltranza fino a quando non sarà trasferito nel carcere di Koridallos.
Ormai i giorni di sciopero cominciano a essere molti, il compagno si trova in condizioni critiche e precarie nell’ospedale di Lamia: secondo i medici potrebbe avere un tracollo da un momento all’altro.
Durante lo sciopero sono state moltissime le iniziative e le azioni di solidarietà avvenute in tutta la Grecia e non solo: presidi, manifestazioni, scritte sui muri, striscioni, attacchi contro molteplici
obiettivi (politici, banche, uffici postali, etc).
Ma proprio ora che il tempo stringe pensiamo sia arrivato il momento di compiere uno sforzo in più.
Pensiamo che la lotta di Dimitri sia anche la lotta di ognuno ed ognuna di noi e siamo convinti dell’importanza di creare ed ampliare legami
internazionali, sopratutto in un momento come questo. Per tutto questo abbiamo deciso di indire per


Venerdì 12 febbraio una giornata internazionale di solidarietà e

 azione per sostenere Dimitri Koufontinas

LE RICHIESTE DELLO SCIOPERO DELLA FAME DEVONO ESSERE ACCETTATE

LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE È LA NOSTRA ARMA


Atene, 7 Febbraio

                                                                 Assemblea di solidarietà con Dimitri Koufontinas 






sabato 12 dicembre 2020

 


RiseUp4Rojava valuta l'attuale situazione politico-militare

La campagna internazionale RiseUp4Rojava ha pubblicato una valutazione sull'attuale situazione politica e militare nel nord-est della Siria.

venerdì, 4 dicembre 2020

Nelle ultime settimane e mesi, si è assistito a un rapido aumento degli attacchi condotti dalle forze d’occupazione turche fasciste alle aree liberate della Siria nordorientale. Spaziando da Afrin e le aree di Sehba dove si oppone resistenza al fronte di Manbij e Ayn Issa, a Til Temir e fino a Dêrik nel nord-est, l'esercito d’occupazione turco e le sue truppe ausiliarie islamiste hanno intensificato gli attacchi contro la popolazione civile e le sue forze di difesa rivoluzionarie.

Quasi quotidianamente il fuoco dell'artiglieria turca colpisce le aree liberate di Afrin e Şehba, divenute rifugio per centinaia di migliaia di profughi dai territori occupati del cantone di Afrin, e la paura e il terrore continuano ad affliggere le aree sotto il controllo delle forze d’occupazione. Non passa giorno senza segnalazioni di ulteriori rapimenti e omicidi; rapine, saccheggi, estorsioni e stupri non sono eccezioni, ma il cardine del regime d’occupazione islamista. Basandosi sulla ben nota Dottrina anti-insurrezionale della NATO, gli occupanti fascisti rispondono a ogni azione partigiana delle Forze di liberazione di Afrin, HRE, praticando puro terrore contro la popolazione civile e compiendo bombardamenti per ore su villaggi e cittadine autogestite.

Più a est, sul fronte di Manbij, si sono pure significativamente moltiplicati gli attacchi, soprattutto negli ultimi giorni e settimane. Specialmente dopo il tramonto sono ripetuti gli attacchi, principalmente con l'artiglieria, ma talvolta con armi leggere in combattimento diretto. Sul fronte di Til Temir e vicino alla città di Serê Kaniyê, occupata lo scorso ottobre, domina un'ingannevole tranquillità, salvo alcuni attacchi isolati e ripetuti scontri tra bande. Sebbene i combattimenti attivi siano attualmente concentrati in altre aree, le forze d’occupazione hanno mobilitato nuove truppe per rafforzare i loro fronti e hanno iniziato ad espandere le loro fortificazioni. L'area a est di Qamişlo, fino alla città di Dêrik, ha assistito negli ultimi mesi allo svolgersi di un'attività senza precedenti in termini di droni turchi da ricognizione e da combattimento.

I collaborazionisti del KDP curdo meridionale continuano le loro azioni provocatorie lungo il confine siriano-iracheno e procedono continuamente a spostare truppe e armi pesanti nelle loro oltre 40 basi militari di nuova costituzione sul confine con il Rojava.

I movimenti dell'esercito d’occupazione turco possono essere notati anche nel Kurdistan settentrionale occupato, e sia unità turche regolari, sia mercenari e bande islamiste stanno prendendo posizione nel triangolo di confine Iraq-Turchia-Siria. Non è chiaro se le truppe siano radunate per un'espansione delle operazioni d’occupazione nel Kurdistan meridionale, o in preparazione di un attacco alle città confinanti a est di Qamişlo.

Preparativi sono in pieno svolgimento su tutti i fronti nel nord della Siria, non lasciando dubbi sulle intenzioni di guerra delle forze d’occupazione. Soprattutto da ottobre si registra una maggiore attività delle truppe nemiche, principalmente sui tratti di fronte vicino alla città occupata di Girê Spî. I dintorni e il centro della città Ayn Issa, a nord di Raqqa, è da giorni sotto continui bombardamenti da parte dell'artiglieria turca e truppe infiltrate di bande islamiche comandate da esperti veterani dello Stato islamico stanno cercando di sfondare le linee di difesa e di avanzare nel centro della città. Droni turchi e aerei da ricognizione sorvolano senza sosta le zone di combattimento e cercano di localizzare le posizioni della resistenza. Gli invasori turchi stanno radunando obici, lanciarazzi e altre armi pesanti nei villaggi appena dietro la linea del fronte, e mercenari islamisti dell'autoproclamato Esercito Nazionale Siriano si stanno riunendo in preparazione di nuovi attacchi a nord della città di Ayn Issa, capitale ufficiale dell'Autonoma Autoamministrazione della Siria settentrionale e orientale. In considerazione dei preparativi e dei lavori di fortificazione in corso da mesi nei territori occupati, della rinnovata alta concentrazione di truppe lungo le linee di contatto e di bombardamenti indiscriminati delle aree di insediamento civile, si deve presumere che Ayn Issa diventerà l'obiettivo di un altro attacco d’occupazione nel prossimo futuro, come ha avvertito il comando generale delle Forze Democratiche Siriane, QSD, nella sua ultima dichiarazione su quanto avviene a nord di Raqqa. Con devastanti attentati terroristici e attacchi permanenti contro i civili nei dintorni della città e dell'autostrada internazionale M4, i fascisti turchi e i loro ausiliari cercano di spezzare la volontà di resistenza del popolo di Ayn Issa, di spaventare il popolo e costringerlo a fuggire. La scorsa settimana, l'ultimo e più forte attacco delle truppe d’occupazione è fallito a causa della resistenza dei difensori di Ayn Issa. Nelle battaglie scoppiate la notte del 24 novembre, protrattesi fino alla sera del giorno successivo, le forze della rivoluzione sono riuscite ad abbattere almeno 18 occupanti. L'avanzata è stata interrotta, non lasciando agli aggressori che la scelta di ritirarsi dietro le loro linee del fronte. Ricorrendo a migliaia di colpi di mortai, artiglieria e razzi, solo negli ultimi giorni, l'obiettivo è stato quello d’indebolire la resistenza delle Forze Democratiche Siriane, demoralizzare la resistenza dei combattenti e della popolazione, quindi facilitare un nuovo attacco.

Dati l'attuale situazione di guerra e gli attacchi che crescono ogni giorno, non potrebbe essere più cinico parlare di un cessate il fuoco effettivo. Mentre le bombe piovono tutti i giorni sulle aree liberate e i fascisti turchi stanno solo aspettando un'opportunità favorevole per un altro attacco su larga scala contro la rivoluzione, le cosiddette “potenze garanti'' imperialiste stanno a guardare e legittimano nient’altro che la politica d’occupazione turca, diffondendo menzogne sul proclamato “cessate il fuoco”. Questa orchestrazione intrisa di sangue non ha mai avuto altro scopo che quello di scolpire nella pietra lo status dei territori occupati e consolidare la sovranità turca sulle zone invase in Siria.

Contrariamente a quanto molti hanno ampiamente ipotizzato, l'aumento degli attacchi turchi non dipende in modo significativo dall'esito delle elezioni USA, ma può essere spiegato principalmente da sviluppi regionali, equilibrio di potere nuovamente emergente, situazione politica interna della Turchia e situazione del regime. Dopo che il presidente armeno, Pashinyan, dietro pressione del regime russo e a fronte della situazione devastante sul campo di battaglia, il 10 novembre ha annunciato la resa de facto di tutte le forze armene in Nagorno-Karabakh, gli scontri armati tra le forze d’occupazione turco-azere e l'esercito di difesa di Artsakh sono finiti bruscamente. Dopo oltre 40 giorni di aspri combattimenti, i difensori armeni hanno dovuto inchinarsi alla superiorità della coalizione d’occupazione turco-azera. Anche se le forze armate turche non hanno svolto ufficialmente alcun ruolo sul campo di battaglia ed entrambi gli Stati hanno negato con veemenza un intervento turco, è indubbio che la forza e il cervello fondamentali, retrostanti l'offensiva azera, non era altro che lo stesso regime AKP-MHP. Fin dal primo giorno, i rappresentanti del regime di palazzo non hanno perso occasione per esprimere il loro sostegno al dittatore Aliyev e al suo regime criminale, e il ministero della Difesa turco ha riferito quotidianamente sull’avanzata delle truppe azere. Parlando di truppe azere, si è fatto riferimento apertamente ai "nostri soldati turchi", arrivando addirittura a parlare di "nostri cittadini" nel denunciare le perdite di civili sul fronte azero. Lo slogan "due Stati, una nazione" ha riempito le strade di Azerbaigian e Turchia e le truppe azere hanno dichiaratamente marciato sul campo con la bandiera della repubblica turca. I canali televisivi della propaganda di regime turca hanno riportato ogni minuto i successi dei “fratelli turchi azeri” nella “difesa della patria”, e le immagini di soldati che salutavano il cameraman con il 'saluto del lupo', segno distintivo dei fascisti turchi, sono scorse sugli schermi.

Per il regime AKP-MHP, precedentemente affidatosi sempre più alla propaganda neo-ottomana per le sue mire espansionistiche in Siria, Iraq, Libia e altre aree del Medio Oriente, la guerra contro la Repubblica di Artsakh è un vero e proprio banco di prova per il "turanismo", ovvero il nome dato ai sogni della superpotenza panturca volti a creare un impero mitologico che unisca tutti i popoli turchi, dall'Asia centrale al Medio Oriente, sotto un unico Stato. Questa ideologia fascista, basata sulla superiorità della razza turca, non è stata solo alimentata dai teorici dello Stato nazionale turco, dai leader del Comitato di Unione e Progresso (Ittihad ve Terraki), ma è anche ideologia ufficiale del partito di regime turco, MHP. Il “turanismo” è diffuso anche tra i sostenitori del regime azero. Se si dà un’occhiata alla mappa, si noterà presto che l'eliminazione dell'autonomia armena rappresenta un passo decisivo verso l'unificazione territoriale di entrambi gli Stati turchi. Il fattore decisivo che ha volto la guerra a favore delle forze della coalizione turaniana è stato anche il supporto aereo turco nel Nagorno-Karabakh. Per le unità armene, la morte è venuta dall'alto. Le truppe armene hanno subito le maggiori perdite tramite gli attacchi con droni turchi Bayraktar TB 2. Inoltre, le truppe turco-azere sono state appoggiate sul campo da numerosi mercenari islamisti trasferiti dal regime turco dai territori occupati in Siria e Libia, come carne da macello, sui fronti del Nagorno-Karabakh.

Dopo il ritiro delle truppe armene, l'esodo in massa della popolazione armena di Artsakh e la cessione di territori alle forze d’occupazione azere, sotto la supervisione russa, non è ancora chiaro se e in quale forma l'esercito turco avrà una presenza ufficiale nei territori occupati, ma l'esito della guerra è una vittoria per il fascismo turco e un regalo al regime. Con o senza una presenza ufficiale: l'esercito turco e i servizi segreti sono attivi sul campo e hanno coordinato intensamente gli eventi di guerra, migliaia di bande assassine islamiste garantiscono influenza e controllo per conto del regime e il piano inteso ad aprire un corridoio tra Turchia, regione autonoma azera di Nakhivan e Azerbaigian, derivante dall’accordo, sono grandi passi avanti nel progetto di espansione strategica del fascismo turco. Il regime, che avvelena la testa e il cuore del popolo con la sua propaganda fascista, è riuscito a stabilizzare la propria posizione in patria mobilitando sul “turanismo”, ed Erdogan si è celebrato come “Conquistatore del Karabakh”. La guerra in Nagorno-Karabakh dovrebbe aver chiarito una volta per tutte, a tutti, che il regime di Ankara non è interessato a mettere in sicurezza i propri confini o combattere il terrorismo, ma solo a realizzare il proprio progetto di superpotenza espansionista.

Coloro che ancora sostengono che l'unica ragione delle operazioni d’occupazione turche in Siria settentrionale e in Iraq settentrionale è la presunta o effettiva presenza di forze del Partito dei lavoratori del Kurdistan e di altre forze rivoluzionarie adottano ciecamente la narrativa turca e legittimano le politiche d’occupazione del regime. Questo è quanto fatto soprattutto dalle forze del KDP nel sud Kurdistan, che collaborano con il fascismo, invitando le forze di difesa popolare del Kurdistan e non gli occupanti turchi a ritirarsi dal Kurdistan meridionale. Gli ultimi mesi, in particolare, hanno mostrato un'ulteriore intensificazione dello scontro tra forze rivoluzionarie e fascisti nel Kurdistan meridionale. Unità del cosiddetto "Partito Democratico del Kurdistan", KDP, che governa dittatorialmente e con pugno di ferro le aree autonome del Kurdistan meridionale sotto la direzione della famiglia Barzani, hanno spostato ininterrottamente truppe e armi pesanti verso le zone di rifugio della guerriglia in montagna. Il KDP di Barzani, che lascia il proprio popolo in povertà mentre vende le ricchezze del Paese agli occupanti turchi, non fa mistero della sua aperta collaborazione con il regime fascista e si prepara in termini di propaganda oltre che militarmente a combattere a fianco degli occupanti contro le forze del movimento per la libertà.

I guerriglieri, che nel 2014 hanno difeso con grandi sacrifici le regioni autonome del Kurdistan meridionale contro l'avanzata dello Stato islamico a Mexmur, Kerkuk, davanti a Hewler e Şengal, sono accusati di mettere in discussione la sovranità della regione autonoma e denigrati come "occupanti", mentre la famiglia Barzani è accolta ad Ankara calorosamente. Mentre la lotta guerrigliera contro gli occupanti continua in molte zone del Kurdistan meridionale, da Heftanin a Xakurke, le truppe del KDP avanzano nelle aree della guerriglia in coordinamento con la leadership dell'esercito turco e appoggiate dall'aviazione turca. Hanno creato basi e posti di controllo per limitare la libertà di movimento delle unità guerrigliere e fornire ai servizi segreti turchi coordinate e informazioni sulle posizioni della guerriglia. Nonostante tutti gli appelli e le richieste di mediazione di varie forze politiche curde, il KDP continua la sua politica aggressiva e provocatoria, schierandosi nettamente a fianco delle forze d’occupazione. È solo grazie all'approccio del PKK, prudente e orientato alla ricerca di una soluzione, se finora non si è verificata alcuna grave escalation, ma la situazione è tesa e potrebbe trasformarsi in un conflitto armato in qualsiasi momento. È già evidente che le misure contro la guerriglia mirano solo ad indebolire la resistenza e ad aprire la strada all'esercito turco per penetrare in altre aree del Kurdistan meridionale.

La situazione nelle aree autogestite di Şengal deve essere valutata come altrettanto critica. Là, il 27 novembre l'esercito iracheno, il KDP e i suoi alleati hanno iniziato ad attuare l'accordo tra Hewler e Baghdad stipulato il 9 ottobre 2020. L'accordo mira a 'ripulire' Şengal dalla presenza di tutte le milizie – a intendersi solo le forze di autodifesa yazide, YBŞ, e le forze femminili YJÊ, così come i gruppi delle cosiddette forze di mobilitazione popolare - per insediarvi una forza mercenaria pagata e un regime fantoccio in sostituzione del Consiglio autonomo democratico di Şengal. I difensori del popolo yazide e i liberatori di Şengal dovrebbero ancora una volta cedere il passo alle truppe che nel 2014 hanno pugnalato alla schiena il popolo di Şengal, lasciandolo indifeso alla mercé delle bande di assassini dello Stato islamico. L'accordo, in cui la Turchia è anche attivamente coinvolta dietro le quinte, è stato sviluppato nei mesi estivi con gli auspici e la mediazione degli imperialisti USA, che sperano di vedere nella distruzione del potere popolare di Şengal un progetto per un'alleanza tra il fascismo turco, il Governo centrale iracheno e il KDP, per una lotta congiunta contro il movimento di libertà in altre parti dell'Iraq. Per mettere in pratica il piano, le fazioni irachene hanno mobilitato oltre 10.000 soldati dell'esercito e della polizia federale e intendono avviare nei prossimi giorni lo scioglimento dell'autogestione, cominciando con l’ammaino delle bandiere dell’autoamministrazione e il disarmo pianificato delle forze d’autodifesa. Il popolo di Şengal e le sue strutture di autogoverno hanno annunciato una determinata resistenza a qualsiasi misura che ignori e calpesti la volontà del popolo yazida. Per sei anni, gli yazidi hanno vissuto fra e intorno alle montagne di Şengal con la propria autogestione democratica, hanno imparato a difendersi e hanno creato il proprio esercito di difesa. Sebbene l'ulteriore corso della situazione rimanga aperto, una cosa è chiarissima: nessun potere al mondo può semplicemente cancellare l'esperienza di libertà degli ultimi sei anni e ridurla a niente. Chiunque cerchi di infrangere la volontà del popolo di Êzidxan deve aspettarsi resistenza

Gli eventi fra le montagne di Şengal, le montagne del Kurdistan meridionale e anche in Rojava formano un'unità. Rientrano in uno stesso progetto di annientamento contro la rivoluzione in tutte e quattro le parti del Kurdistan e del Medio Oriente, e come tali devono essere affrontati. Mentre ci scontriamo con lo Stato turco e i suoi alleati sul campo di battaglia come diretti avversari, gli imperialisti USA, la NATO e il regime russo sono e rimangono gli architetti e le forze guida dietro gli sporchi piani, accordi e cospirazioni contro il movimento rivoluzionario. Stanno usando lo Stato turco e altre forze collaborazioniste come leva per ricattare la rivoluzione del Rojava e della Siria nord-orientale. La minaccia di un'altra invasione turca, che come la spada di Damocle è sempre sospesa sulle teste del popolo della Siria nord-orientale, è alimentata per mettere in ginocchio la volontà indipendente di autogestione e piegare la rivoluzione al servizio degli interessi dell'imperialismo. Il fascismo turco è il martello con cui cercano di schiacciare la rivoluzione, ma le mani che guidano il suo destino sono da trovare altrove.

È stata la concezione strategica degli USA, dall'estate del 2015, tesa ad accrescere al massimo la pressione sul movimento rivoluzionario in Nord Kurdistan e Nord Iraq settentrionale, indebolire la rivoluzione come fattore regionale e quindi mettere all'angolo l'autogestione del Rojava. Nei negoziati sponsorizzati dagli Stati Uniti per un fronte unito curdo nella Siria settentrionale tra l'alleanza di partito PYNK (Partiti per l’unità nazionale curda) a sostegno dell’autogoverno in Siria nord-orientale, e il ramo siriano del KDP, ENKS (Consiglio nazionale curdo in Siria), le trattative sono state recentemente sospese a tempo indeterminato. Questo dopo che la delegazione ENKS, che sin dai primi giorni non ha nascosto la sua aperta ostilità alla rivoluzione sociale del Rojava, ha chiesto, tra l’altro, lo scioglimento della presidenza collettiva di donne e uomini, l’abolizione dell’istruzione scolastica con lingua madre a favore del curriculum di regime siriano nonché il trasferimento del 50% di potere governativo dalle mani del popolo alla propria organizzazione.

Gli USA hanno cercato a lungo di mettere i loro favoriti, ENKS, in una posizione di forza, e vorrebbero instaurare un regime collaborazionista, sul modello della regione indipendente del Kurdistan in Nord Iraq, al posto del potere popolare della Siria settentrionale e orientale. Naturalmente, nessuna di queste condizioni, che costituirebbero una resa dei principali risultati della rivoluzione, è accettabile in qualsiasi forma. Ciò per cui si è combattuto, con il sangue di oltre 11.000 giovani donne e uomini eroici, non è in vendita. Gli sviluppi in Iraq, ma anche gli attacchi intensificati alla Siria nordorientale, vanno intesi soprattutto come una minaccia contro le forze rivoluzionarie in Siria. Il messaggio è chiaro, o i popoli si piegano alla volontà dell'imperialismo, o questo toglierà il guinzaglio al suo cane feroce , il fascismo turco. Nascosto dietro allo spettacolo politico e alla diplomazia delle bugie e dell’inganno, il popolo della Siria nordorientale è costretto a scegliere: resa o annientamento.

Pertanto, è necessario rispondere in termini adeguati a ogni attacco contro la rivoluzione, sia nel nord della Siria, che sulle montagne del Kurdistan, o nelle aree autogestite di Şengal. Chiunque tenti di guardare la situazione nel nord della Siria separatamente dall'insieme di questo progetto d’annientamento contro le forze rivoluzionarie, rende il miglior servizio al nemico, anche se non intenzionalmente. Allo stesso modo, sperare in una soluzione politica o diplomatica nelle circostanze date significa cadere in uno dei loro tanti inganni e menzogne. Finché il fascismo turco non sarà schiacciato e i popoli non avranno posto fine alla sua follia, la guerra contro la rivoluzione continuerà in tutta la sua violenza. La politica di conciliazione degli Stati occidentali verso il fascismo turco gli ha aperto la strada, rendendo l'imperialismo turco un forte fattore di potere regionale. Coloro che credono che l’insaziabile bisogno d’espansione dell’imperialismo turco sia già stato saziato si sbagliano di grosso. Solo la lotta rivoluzionaria dei popoli della regione insieme a un movimento di resistenza globale organizzato, unito in un fronte contro il fascismo, potrà fermarlo.

In occasione dei suoi 42 anni di esistenza e lotta, nell'anniversario della fondazione del partito, il 27 novembre, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan ha espresso la sua determinazione a coronare il 43° anno di lotta schiacciando il regime AKP-MHP. Anche noi ci congratuliamo con il PKK, la forza trainante più determinata della lotta rivoluzionaria regionale, e tutti i popoli progressisti del mondo nel 42° anniversario della sua fondazione e, come parte del movimento di resistenza globale contro il fascismo turco, dichiariamo che agiremo da parte nostra per annientare questo regime barbaro.

Il fascismo sarà distrutto: la rivoluzione in Medio Oriente vincerà!



lunedì 30 novembre 2020


Saluto ai prigionieri e alle prigioniere in occasione della Conferenza di Lavoro del Soccorso Rosso Internazionale – novembre 2020

Cari compagni e care compagne,

I/le delegati/e partecipanti alla Conferenza di Lavoro del Soccorso Rosso Internazionale v’inviano i loro saluti più calorosi. La Conferenza si è tenuta in un contesto particolare legato alla seconda ondata del Covid-19, il che ha condizionato molto tale Conferenza sia a livello dei metodi che degli argomenti trattati.

Senza grande sorpresa, Covid-19 ha occupato un posto particolare nei nostri scambi d’opinione. Ovunque la nostra classe deve affrontare il carattere antipopolare della gestione della pandemia con l’intensificarsi della repressione e delle privazioni economiche. Avevamo in precedenza identificato la crisi legata alla pandemia come un’occasione storica per far progredire la coscienza e la lotta di classe. La sinistra rivoluzionaria resta però ancora troppo paralizzata dalla crisi e incontra difficoltà ad adattarsi alle nuove realtà. Eppure la nostra classe si mobilita soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale dove non esistono né volontà politica, né margini finanziari per attenuare gli effetti della crisi o per scaglionarli nel tempo. Queste mobilitazioni ampie e radicali non corrispondono agli schemi tradizionali cui siamo abituati. I loro nuovi caratteri, che abbiamo cominciato a identificare attraverso l’esempio dei gilet gialli, sembrano confermarsi. Queste nuove mobilitazioni raggruppano fasce molto differenti di persone, ovvero proletariato, giovani e piccola borghesia. Queste mobilitazioni sono destinate a svilupparsi con il peggioramento della crisi economica provocata dalla crisi sanitaria.

Il nostro lavoro politico dovrà tener conto di questa nuova realtà, del fatto che le mobilitazioni, siano esse economiche (lotta per un reddito sostitutivo) o politiche (lotta per la difesa delle libertà), devono affrontare una repressione come elemento della guerra condotta dalla borghesia contro la nostra classe. Le rivolte di prigionieri, cui alcuni/e di voi hanno aderito, ne costituiscono peraltro un chiaro esempio La dialettica lotta/repressione/resistenza mostra nuovamente d’essere al centro del processo rivoluzionario, dialettica in cui voi svolgete un ruolo di primo piano. Il nostro lavoro prosegue su vari fronti: processi contro i/le manifestanti (fra l’altro quelli contro il G20 di Amburgo, 2017), solidarietà ai/alle rivoluzionari/rivoluzionarie prigionieri (fra l’altro: Georges Abdallah, Nikos Maziotis, Pola Roupa, i/le prigionieri/e sottoposti ai regimi d’isolamento e 41bis in Italia, ecc.), solidarietà internazionale (fra l’altro con il Rojava che affronta una guerra permanente di bassa intensità condotta dal fascismo turco). Ci impegniamo a fare di tutte queste mobilitazioni dei momenti d’offensiva, dei momenti in cui gli attacchi del nemico si ritorcano contro di esso. Compagni, in questo periodo difficile la vostra partecipazione al processo rivoluzionario è più che mai essenziale. L’esempio della vostra resistenza nelle prigioni continua a ispirare e alimentare le nostre lotte. Vi rinnoviamo, cari/e compagni/e, i nostri saluti più calorosi.

Proletari torinesi per il SRI

Collettivo contro la repressione per il SRI

via Magenta 117 – 20099 Sesto S. Giovanni (MI)